domenica 12 novembre 2017

Sopravvivranno i contadini ancora una volta?

(Prima parte)
                                                                                                                                 di Peppino Bivona


“I contadini sono piccoli produttori agricoli che, con pochi strumenti semplici e il lavoro delle loro famiglie, producono principalmente per il proprio consumo diretto ed indiretto  ed assolvono  agli obblighi voluti e   imposti da chi detiene il potere politico ed economico." Theodor Shanin, Contadini e contadine nelle società rurali. (London, 1976)
                                              
                             



                                     La vita contadina è una vita dedicata interamente alla” sopravvivenza”. Questo è forse l'unico filo rosso che unisce i contadini di tutto il mondo.
 I loro strumenti, i loro raccolti, la loro terra, i loro proprietari, possono essere diversi, sia che vivessero in un sistema feudale ,capitalista o comunista, sia che coltivassero riso a Java, il grano in Germania o mais in Messico, ovunque è possibile definire i contadini come una classe di sopravvissuti. Ancora oggi si può dire che gli agricoltori costituiscono la maggior parte degli abitanti del globo. Ma questa maschera un elemento più inquietante. Per la prima volta nella storia si corre il serio rischio circa la possibilità che questi sopravvissuti possono cessare di esistere. In Europa occidentale, nella nostra comunità europea se i piani vanno come sono stati previsti dagli economisti, tra venticinque trent’anni non ci saranno più contadini.
Fino a poco più di mezzo secolo tempo fa, il vissuto contadino era sempre caratterizzato  da un'economia  inserita in un'altra economia. Questo è ciò che gli ha permesso di sopravvivere alle trasformazioni globali che si sono verificati all'interno delle macroeconomie in era inserito: feudale, capitalista, socialista . In ogni contesto storico i metodi per estrarre il “ surplus” sono stati forgiati secondo schemi  diversificati: lavoro forzato, le decime, gli affitti, le tasse, la mezzadria, gli interessi sui prestiti, le regole produzione, ecc
 A differenza di qualsiasi altra classe lavoratrice sfruttata, i contadini hanno sempre rappresentato un corpo separato.  Vivevano a confine di qualsiasi sistema, difficilmente e quasi impossibile che restassero integrati nella struttura  economica e culturale  del momento storico .
Se pensiamo che la struttura gerarchica della società feudali e poi le successive, erano più o meno piramidale, i contadini hanno sempre costituito la base del triangolo. Questo significava, come nel caso di tutte le realtà di confine, che il sistema politico e sociale ha offerto loro il minimo della protezione possibile. Così hanno dovuto badare a sé stessi: sia all’interno della comunità che nella famiglia . Hanno mantenuto e sviluppato proprie leggi, dei codici di comportamento taciti, propri rituali e credenze, particolari conoscenze e la propria saggezza trasmessa oralmente, la loro stessa medicina, le proprie tecniche e, in alcuni casi, la propria lingua.
 Sarebbe tuttavia un errore pensare che si trattava di una cultura indipendente, come se non fosse stata influenzata dalle trasformazioni tecniche, sociali ed economiche della cultura dominante. Nel corso dei secoli la vita dei contadini è stata modificata, ma le priorità ed i valori  (la loro strategia per sopravvivere) costituiscono una tradizione che è sopravvissuta a qualsiasi altro elemento nel resto della società. 

Nessuna classe sociale è stata tanto consapevole  per quanto riguarda la sua economia. Non è l'economia del mercante, né della  borghesia , né l’economia politica marxista. L'autore che ha scritto con  più cognizione di causa, sulla base dell'esperienza personale, circa l'economia contadina è il russo agronomo Chayanov. Chi vuole capire i contadini, tra le altre cose, si deve valersi dei suoi  scritti .
. Si potrebbe dire che il proletariato senza coscienza  di classe (politica) non ha la piena e completa consapevolezza del valore aggiunto che crea per i suoi datori di lavoro; ma per il contadino  questo confronto è fuorviante, perché per il  lavoratore salariato, il lavoro per denaro in un'economia monetaria,  può facilmente ingannarci circa il valore  che essa produce. La qual cosa non accade nella vita economica del contadino che come il resto del suo rapporto nella società e sempre trasparente. Infatti da un canto la sua famiglia ha prodotto o cercato di produrre ciò di cui avevano bisogno per vivere e dall'altro  vede che coloro che non avevano lavorato, appropriarsi di una parte di tale prodotto, il frutto del lavoro della sua famiglia. Il contadino sapeva prima, anticipatamente quello  a cui andava incontro, ma  ha ritenuto di accettarlo per due motivi: primo materiale e il secondo epistemologico. 1) C'era  sempre un surplus perché le esigenze della sua famiglia non erano mai garantiti. 2) Il valore surplus( plus svalore) è un prodotto finale, il risultato di un processo di lavoro compiuto e teso a soddisfare determinati requisiti. 
 Il contadino ha sempre pensato che gli obblighi imposti erano un dovere naturale o un'ingiustizia inevitabile, ma in ogni caso fossero qualcosa che doveva  essere messe in conto prima di iniziare la lotta per la sopravvivenza. Per prima cosa ha dovuto lavorare per i loro padroni, poi per se stesso. Anche come  mezzadro, la parte del raccolto  andava accantonata a fronte delle esigenze di base della sua famiglia. 
 Ma questo non è tutto, restono ancora sulle sue spalle una serie di obblighi  che hanno preso la forma  di un  un handicap permanente. E 'stato a dispetto di queste condizioni come la famiglia ha dovuto iniziare la lotta, già irregolare, contro natura, al fine di guadagnarsi da vivere attraverso il proprio lavoro.
Così, il contadino ha dovuto superare lo svantaggio permanente che lo obbligava a strappare un 'surplus' ha dovuto superare, nel bel mezzo della sua economia dedicata alla sussistenza, tutti i rischi che l’attività agricola comporta: cattivi raccolti, tempeste, siccità, inondazioni, parassiti, gli incidenti, terreni poveri, i parassiti, e soprattutto, essendo  collocato alla base sociale, al confine, con una protezione minima, ha dovuto sopravvivere ai disastri sociali, politiche e naturali: guerre, pestilenze, incendi, saccheggi, ecc

(continua)

domenica 5 novembre 2017

La Sicilia di Consolo



Dall’olivo  all’olivastro (seconda parte)

di Peppinp Bivona


                                                                   Le colonie greche, che si erano insediate nei luoghi dove oggi ci portano le amare constatazioni consoliane, avevano fornito «le loro credenze, i loro costumi e linguaggi . In conformità ad un progetto urbanistico, propugnato dalle esigenze identitarie della madrepatria e condiviso dai coloni, gli ecisti avevano geometrizzato lo spazio, proprio come Consolo ci ricorda: «Occuparono i fertili campi, ricchi di acque, seminarono il frumento, piantarono le viti, gli ulivi, costruì ciascuna famiglia la propria casa. Spazi centrali destinarono al culto, ad azioni e bisogni comuni, spazi per i templi e le piazze delle loro assemblee, cisterne per le loro granaglie, strade agevoli e sicure, luoghi dove interrare e venerare i morti (…). Costruirono con un'idea di uguaglianza e progresso, con una convinzione di tolleranza e rispetto di ogni diversità culturale, linguistica, la volontà di coesione, di sinecismo delle varie fratrie, delle varie stirpi» . Questo era secondo Consolo il passato, il basamento sul quale l'isola doveva costruire la propria identità e dal quale doveva mutuare gli insegnamenti per imprimere un tratto distintivo alla propria storia futura.
Le aspirazioni di uguaglianza e progresso, le esigenze di condivisione, tolleranza e rispetto delle diversità culturali, i bisogni di sinecismo non sono stati continuati ed incrementati, ma mortificati ed oltraggiati. Conseguentemente, per progresso si è inteso lo sviluppo edilizio ed il sovraffollamento sul territorio di «villette, condomìni, alberghi e trattorie» . Per esigenze di uguaglianza si è inteso l'affidamento, da leggere come cieca fiducia, alle tecniche della corruzione, dell'imbarbarimento, del saccheggio, delle speculazioni, della mafia.

In antitesi al rispetto delle diversità culturali si è insinuata e fissata l'attivazione di un dibattito finalizzato all'accrescimento di atteggiamenti e comportamenti. Tra gli olivastri siciliani, oltre a quelli già citati, Consolo annovera, attribuendogli una posizione privilegiata, anche Gela, «estremo disumano, (…) olivastro, (…) frutto amaro, (…) feto osceno del potere e del progresso , dove oggi, nei luoghi in cui prima nascevano i tesori dei coloni, i campi di frumento e i cavalli, e dove il poeta Eschilo passeggiava e traeva ispirazione, si è sviluppato «il teatro dell'abbaglio e dell'inganno, del petrolio favoloso, (…)qui il Gela1, Gela2, Gela3 (...) accesero Mattei di forza e di speranza, lo spinsero alla sfide dell'ENI statuale al duro capitalismo dei privati, al Gulf Italia Company, alla Montecatini, infusero (…) retorica industriale, (…) posero sopra le facce malariche dei contadini i bianchi caschi di plastica operaia. Da quei pozzi, da quelle ciminiere sopra templi e necropoli, da quei sottosuoli d'ammassi di madrepore e di ossa, di tufi scanalati, cocci dipinti, dall'acropoli sul colle difesa da muraglie, dalla spiaggia aperta a ogni sbarco, dal secco paese povero (…) partì lo sconvolgimento, partì l'inferno d'oggi.
Nacque la Gela repentina e nuova della separazione tra i tecnici, i geologi e i contabili giunti da Metanopoli, chiusi nei lindi recinti coloniali, palme, pitosfori e buganvillee dietro le reti, guardie armate ai cancelli, e gli indigeni dell'edilizia selvaggia e abusiva, delle case di mattoni e tondini lebbrosi in mezzo al fango e all'immondizia di quartieri incatastati, di strade innominate, la Gela del mare grasso d'oli, dai frangiflutti di cemento, dal porto di navi incagliate nei fondali, inclinate sopra un fianco, isole di ruggini, di plastiche e di ratti; nacque la Gela della perdita d'ogni memoria e senso, del gelo della mente e dell'afasìa, del linguaggio turpe della siringa e del coltello, della marmitta fragorosa e del tritolo»
Ciò che addolora il viandante consoliano è proprio la consapevolezza della natura di questo passaggio, di questo balzo che non ha voluto prevedere un inglobamento delle matrici culturali, nobili ed illustri, ma ha voluto assicurare il superamento nichilistico delle strutture fondanti dell'identità culturale. Come ha potuto Siracusa, ritornando ancora una volta a questa città, dimenticare di essere stata la scuola del passato, la trasposizione della cultura di Atene ed Argo, come ha potuto oscurare i propri interessi, che ruotavano attorno alla letteratura con poeti del calibro di Pindaro, Simonide, Bacchilide? Come ha potuto dimenticare il sincretismo religioso che aveva previsto la trasformazione della dea Atena in Santa Lucia? «Esce per la sua festa la vergine bianca, la Fòtina, la Lucifera, la Palladia, rigida nel suo corpo d’argento, alta sopra l’argento della cassa, esce nell’ellissi dello spazio, nello spazio dell’occhio smisurato, nel barocco anfiteatro dove s’erge la fronte della badìa nel nome suo edificata» . Perché ha mutato la vivacità culturale nell'immobilità della miseria e dell'abbandono? Perché ha sacrificato i templi coi suoi altari, il teatro, le strade dei sepolcri? Come ha potuto profanare con l'olio delle industrie delle attività petrolifere il mare che nel tempo mitologico fu solcato da Odisseo e nel tempo storico dai Corinzi? Quale insegnamento ha assorbito, a livello urbanistico, artistico ed estetico, per realizzare il santuario della Madonna delle Lacrime?
«In costruzione da trent’anni, la chiesa non è ancora ultimata; coi suoi settanta metri di altezza, piantato nel cuore di un parco archeologico, l’edificio, col grigio del suo cemento contro il cielo livido, faceva pensare a una rampa per il lancio di navi spaziali, ma la sua forma di cono scanalato, di campana assottigliata in alto, voleva simboleggiare, per gli architetti francesi che l’avevano ideato, la stilla lacrimosa che, dall’occhio sgorgando, nella caduta s’allarga, si fa goccia. A pianto di una Madonna di gesso colorato, alle lacrime di questa squallida immagine nella casa di un operaio comunista, a questo miracoloso evento accaduto nell’imminenza di una tornata elettorale degli anni Cinquanta, è legato il nuovo santuario» . Dove sono finiti il senso dell'armonia spaziale, della compostezza delle forme e il bisogno dell'adattamento alle peculiarità del territorio?» » .
Le domande di Consolo agli improduttivi e sterili olivastri proseguono, nonostante rendano inefficaci ed insensati finanche gli stessi interrogativi, toccando la Conca d'oro: chi ha voluto che il giardino delle arance divenisse un «sudario di cemento» ? Perché Palermo, luogo che, come suggerisce la sua etimologia, accoglie, ha deciso di accettare, conservare e proteggere univocamente la corruzione, prodotta dall'intrigo, dal ricatto? Cosa ha fatto confondere il senso del bene con quello del male? «Non volle entrare il viaggiatore, sostare nella Palermo che aveva amato, ora città della corruzione e del massacro. Non volle fermarsi in quel luogo dell'agguato, del crepitìo dei kalashnikov e del fragore del tritolo (...), delle strade di crateri e di sangue, dell'intrigo e del ricatto, delle massonerie e delle cosche, in quel luogo dell'Opus Dei, degli eterni Gesuiti del potere e dei politici di retorica e spettacolo (...). Via, via, lontano da quella città che ha disprezzato probità ed intelligenza, memoria, eredità di storia, arte, ha ucciso i deboli e i giusti”. 

Questo è l’amore smisurato di Consolo per la sua Sicilia Egli non pretendeva nei confronti del passato una devozione ed un'imitazione meccanica, incorrendo, così, nella pratica pericolosa della reificazione dei dati culturali, ma auspicava un'evoluzione storica responsabile, la quale, dopo aver letto e compreso i significati simbolici del passato, li utilizzasse per modificarli, per ricavarne i principi universali, di indiscussa validità, classici appunto del passato, li utilizzasse per modificarli, per ricavarne i principi universali, di indiscussa validità, classici appunto.

domenica 29 ottobre 2017

Dall’olivo all’olivastro

La Sicilia di Vincenzo Consolo:
Dall’olivo all’olivastro
(parte prima)

.

di Peppino Bivona


                                     Spossato, lacero, i polmoni pieni di salmastro, guadagna finalmente la spiaggia, avanza sopra un mondo solido, in mezzo ad alberi e arbusti. E’ l’uomo più solo sulla terra, senza un compagno, un oggetto l’uomo più spoglio e debole, in preda a smarrimento , panico in quel luogo estremo ,sconosciuto, che come il mare può nascondere insidie, violenze. Ulisse ha toccato il punto più basso dell’impotenza umana, della vulnerabilità. Come una bestia ora, nuda e martoriata, trova riparo in una tana, tra un olivo e un olivastro (spuntano da uno stesso tronco questi due simboli del selvatico e del coltivato, del bestiale e dell’umano, spuntano come presagio d’una biforcazione di sentiero e di destino, della perdita di se, dell’annientamento dentro la natura e della salvezza in seno a un consorzio civile, una cultura.) ,si nasconde sotto le foglie secche per passare la notte paurosa che incombe. E’ svegliato al mattino dalle voci, dalle grida gioiose e aggraziate di fanciulle , di Nausicaa e delle sue compagne . Esce dal riparo e si presenta a loro , il sesso schermato da una fronda , come per simbolica autocastrazione , per non allarmare le vergini ,come umile supplice, dimesso.”( da “ L’olivo e l’olivastro” di V. Consolo).
 Vincenzo Consolo nel suo romanzo “L’Olivo e l’olivastro “pone sul piano metaforico le differenze tipologiche che intercorrono tra i tratti specifici dell’olivo coltivato, gentile e di quello selvatico (olivastro) spostandole sul piano socio- culturale e nella realtà socio-geografica , ma anche storico-morale della Sicilia . Lo scrittore, per offrire gli strumenti del trasferimento concettuale dal piano botanico a quello culturale, suggerendo e favorendo, in tal modo, un'interpretazione metaforica ed una riflessione cospicua e pensosa, utilizza una figura mitologico-narrativa assai vicina e gradita alla sua ideologia: Ulisse.
Consolo ipotizza che Odisseo, dopo una delle sue sofferte peregrinazioni geografiche e gnoseologiche, sia approdato, per trovare rifugio, in una tana ricavata in un grosso tronco di un olivo ed un olivastro. La distanza, a questo punto, tra l'olivo e l'olivastro, ovvero tra l'affiliarsi ai codici del consorzio civile e l'estraniarsi nell'asprezza della natura, diventa la chiave di lettura dei paesaggi siciliani visitati dal personaggio del libro, un io narrante senza nome, che emigra nel 1968, a seguito del terremoto del Belice da Gibellina e poi torna e constata le “condizioni” della Sicilia. Le situazioni dell’isola hanno come tratto connotativo e distintivo proprio la commistione dell'olivo e dell'olivastro, ovvero della civiltà e dell'assenza della stessa.
Tutto trae dalle constatazioni fatte dal personaggio consoliano, è che quella linea cronologica, che prevede la trasformazione dell'olivastro in olivo, che auspica, in termini di efficacia produttiva, il passaggio (tramite innesto) dalla forma selvatica, aliena e distante dalle prospettive della rendita regolare, alla specie gentile e fertile, grazie all'osservazione di pratiche regolamentate (quali la concimazione, l'irrigazione e la potatura). Ma in Sicilia è stata totalmente travisata ed invertita, nella misura in cui si attua, paradossalmente, il passaggio dall'olivo all'olivastro. La Sicilia si è allontanata e continua a farlo dalle regole del consorzio civile per posizionarsi nel caos aspro della natura. La constatazione, insomma, di chi ritorna, lungi dall'osservare un miglioramento del tessuto sociologico, registra, inequivocabilmente, un regresso, che tocca il limite dell'imbarbarimento.
Partendo da questa idea invertita della società siciliana, Consolo valuta il paradosso dell'isola: dalla storia illustre, generata dalla confluenza di popoli e civiltà colonizzatori, che hanno resa opulenta la Sicilia, non solo materialmente ma anche culturalmente, si passa, quasi ritmicamente ed in modo inesorabile, alla cancellazione di queste testimonianze, al loro annullamento incosciente (o forse fin troppo cosciente!) in nome dell'adattamento a codici, che si pongono come unico obiettivo quello di sovvertire le altre regole.
Ecco come descrive Consolo tale percorso delle constatazioni siciliane, servendosi sempre, per l'agevolazione interpretativa a vantaggio dei suoi lettori, della figura odissiaca: «Ma, una volta immerso nella vastità del mare, è come fosse il suo un viaggio in verticale, una discesa negli abissi, nelle ignote dimore, dove, a grado a grado, tutto diventa orrifico, subdolo, distruttivo. Si muove il navigante tra streghe, giganti, mostri impensati, tra smarrimenti, inganni, oblii, malìe, perdite tremende, fino alla solitudine, all'assoluta nudità, al rischio estremo per la ragione e per la vita» .
Poiché la copertura metaforica è palese all'interno della trama narrativa, occorre comprendere quali entità si celino dietro le streghe odissiache, dietro i giganti, i mostri, gli oblii e gli inganni. Serve, in sostanza, capire quali siano le Calipso della Sicilia, che tutto nascondono e rendono invisibile, quali siano le Scilla e Cariddi siciliane, che tutto triturano e divorano, quali siano le Sirene dell'isola, che persuadono ad ascoltare i loro dolci canti, rivelatori di contenuti inconoscibili, chi siano i Lotofagi che forniscono il frutto dell’oblio, della perdita della memoria. Dell’olivastro, che hanno soppiantato l'olivo. «In quale luogo pascolavano le mitiche vacche?
È certo che non esiste una geografia reale dell'Odissea, ma un'antica tradizione, che va da Timeo a Ovidio, a Plinio, ad Appiano, le colloca nella bellissima piana di Mylai. “Tutta l'estensione del Promontorio verdeggiante in vari punti di vigne, e i suoi uliveti, e le sue case vagamente sparse per ogni dove; tutta l'estensione dell'amenissima Piana, coi suoi fiumi, coi poggetti, e i colli e le valli, e i monti che la circondano (…)”. Ai milazzesi è stato distrutto per sempre, verso la fine degli anni Cinquanta, quell' “incantevole” teatro, come è stato distrutto agli augustani, ai siracusani, ai gelesi. Sulla piana dove pascolavano gli armenti del Sole, dove si coltivava il gelsomino, è sorta una vasta e fitta città di silos, di tralicci, di ciminiere che perennemente vomitano fiamme e fumo, una metallica e infernale città di Dite che tutto ha sconvolto e avvelenato: terra, cielo, mare, menti, cultura» Ciò che gli suscita più rabbia, però, è proprio il fatto che la Sicilia abbia smarrito il senso della gloria del passato storico ed abbia consentito l’attivazione di processi, come questi, di imbarbarimento ed orrore.  «Corre sulla strada per Siracusa, lungo la costa bianca e porosa di calcare, ai piedi del tavolato degli Iblei, va oltre il Tauro, Brùcoli, Villasmundo, va dentro l'immenso inferno di ferro e fiamme, vapori e fumi, dentro le fabbriche di cementi e concimi, acidi e diossine, centrali termoelettriche e raffinerie, dentro Melilli e Priolo di cilindri e piramidi, serbatoi di nafte, oli, benzine, dentro il regno sinistro di Lestrigoni potenti, di feroci giganti che calpestano uomini, legge, morale, corrompono e ricattano» .
Il passato documentario di siti come Megara Hyblaeea, Thapsos è stato sacrificato in nome della necessità di costruzione di binari ferroviari e strade, per consentire, cioè, una mobilità più fluida. Anche la potenzialità di sviluppo dell'isola mediante il settore del turismo è stata compromessa definitivamente in virtù dell'incontrovertibile alterazione delle coste e dei fondali marini. Le attrattive paesaggistiche dell'area e le potenzialità insite nella stessa, sia agricole che turistiche, sono state invalidate per sempre.
La posizione di Consolo dinanzi a questo spettacolo è dubitativa, contempla tutte le perplessità di chi non è ancora riuscito a trovare una risposta di fronte alla constatazione dei dati del presente: quella dell'insediamento industriale era, assai probabilmente, una scelta da fare per fornire un aiuto al problema occupazionale dell'isola, ma andava gestita in maniera differente, con provvedimenti diversi, per evitare i sacrifici consumati su un'area di indiscutibile valore.

Quali ragioni o principi, continua a chiedersi Consolo, hanno potuto legittimare la sopraffazione spudorata da parte dell'industria petrolifera? C'è stata realmente una valutazione delle convenienze sociali prima dell'avviamento del polo? Da cosa sono dipese queste forme di acuta cecità da parte di chi lo ha progettato ed avallato istituzionalmente? Come valutare l'intorpidimento da parte di chi, quasi volontariamente e con felice convinzione, ha ceduto i propri terreni agricoli per assicurarsi un posto di lavoro in qualche azienda nascente? Chi sono stati gli agenti di questo imbonimento? Quali sono stati gli “argomenti” presentati dalle tecniche retoriche? Quanto è legittimo fagocitare la storia in nome dell'elevamento del reddito, dell'incremento demografico e dello sviluppo economico? 

sabato 28 ottobre 2017

EuropeanRuralParliamentItaly

EuropeanRuralParliamentItaly

di Nino Sutera

  EuropeanRuralParliament  è  presente in quasi tutti i Paesi Europei,  
la Libera Università Rurale ha il compito  di strutturarlo anche in Italia



Che cos’è un Parlamento Rurale Europeo?
Una struttura politica, ma non partitica.'Parlamento rurale' non è una parte formale del governo, né è un parlamento nel senso di un organo legislativo o decisionale. Si tratta di un processo 'bottom-up' di coinvolgimento e dibattito tra il popolo rurale e politici, per consentire una migliore comprensione, politica più efficace e di azione per affrontare le questioni rurali.
Un Parlamento rurale è   un processo che fornisce opportunità per le persone con un interesse per le comunità rurali per condividere idee, prendere in considerazione i problemi e le soluzioni. Parlamento rurale permettono alle persone e decisori a lavorare insieme su questioni prioritarie per sviluppare soluzioni nuove e creative. Essi rafforzano la voce delle comunità rurali e li aiutano a influenzare le decisioni che li riguardano. Il loro successo in Europa negli ultimi 20 anni   ha ispirato a avviare un Parlamento rurale in ogni stato
Di cosa si tratta?
Il Parlamento europeo Rural è una campagna a lungo termine per esprimere la voce delle popolazioni rurali in Europa. 
 Perché è necessario?
150 milioni di persone, quasi un terzo della popolazione europea, vive in aree rurali. Essi contribuiscono notevolmente alle economie locali, nazionali ed europee. La loro funzione sociale ed il benessere economico è di fondamentale importanza. Affrontano grandi sfide, tra cui la perdita dei giovani e dei servizi rurali in molte regioni. Il loro futuro dipende da un'azione energica da parte delle comunità rurali stesse, e le politiche  ben concepiti e l'azione da parte dei governi a tutti i livelli.
La campagna ERP  è guidato dalla convinzione che gli interessi delle comunità rurali (ossia tutte le persone che vivono o lavorano in regioni rurali) sono sottorappresentate nei dibattiti nazionali ed europei e nella definizione di politiche e programmi; 
Qual è il suo obiettivo?
 Il Parlamento europeo rurale è stato concepito per:
• Rafforzare la voce delle comunità rurali d'Europa, e per assicurare che gli interessi e il benessere di queste comunità   riflettono nelle politiche nazionali ed europee
• Promuovere auto-aiuto, comprensione comune, la solidarietà, lo scambio di buone prassi e la cooperazione tra le comunità rurali in tutta Europa.
Chi può partecipare al Parlamento  rurale?
All'Iniziativa hanno già dato l'adesione una pluralità  di organizzazioni pubbliche  e private, ONG, associazioni, Gal, reti informali.

                                                                          
 La LiberaUniversitàRuraleSaper&SaporOnlus  è tra i promotori del 
ComitatoPromotore EuropeanRuralParliamentItaly,  

 La pre-adesione va inviata a                  

 italyeuropeanruralparliament@gmail.com 

                  Intendiamo condividere con tutti i nostri Amici un percorso per addivenire al "Manifesto della neoruralità" in occasione dell'evento pubblico nazionale di presentazione, aperto ai contributi e alla sensibilità di chi vuole contribuire a dare voce alle aree rurali. 


A presto Nino Sutera

martedì 24 ottobre 2017

Le mani in “pasta”

Le mani in “pasta”

 di Peppino Bivona




                            Se” ‘l’erba del vicino è sempre più verde” cosi il pane della zia Lillina, per noi ragazzi,   era tutta un’altra “musica” rispetto a quello preparato dalle nostre madri. Ora vi chiederete stupiti, come sia possibile che uno stesso grano, macinato nel medesimo mulino, lievitato con l’identico lievito madre, possa dare origine ad una cosi variegata espressione diversificata di gusti e di sapori?
Ebbene a quei tempi, dove ancora l’Igiene non era assimilata alla religione di stato e il disinfettante neanche alla sua “acquasantiera”, ogni casa esprimeva un suo “odore” una percezione identificativa, distintiva, in particolare la cucina il luogo dove la vita quotidiana era maggiormente vissuta. Le case erano pavimentate con mattoni rosso-giallo di argilla, porosi e luccicanti solo la domenica mattina, le pareti imbiancate di calce spenta, lasciando all’azzurro dell”’azuolo” una variante cromatica del bagno.















La preoccupazione vera e seria per ogni famiglia a quell’epoca era una ed una sola: mettere dentro casa la “mancia” ovvero le provviste necessarie a superare l’inverno spesso freddo e piovoso. La derrate più importante era ovviamente il grano, conservato nei “ cannizzi” e alla bisogna tirato fuori per macinarlo. A molirlo andavano come di consueto solo gli uomini ai quali veniva riservata, a spese del mugnaio, una lauta e ricca pietanza con “pasta di casa”. Nondimeno il pane, in questo mondo rurale, dominava l’universo assetto relazionale socio-economico  dello scambio, all’insegna della sopravvivenza, tuttavia una” fedda di pani”  non si negava a nessuno.
Il pane era legato al vissuto quotidiano quasi a simbolo di tutti gli accadimenti della vita di ogni giorno: consapevolezza sociale, accensione per una rivolta, scambio e mediazione politica, ricatto per il futuro.
 Ma la farina, di ritorno dal mulino di “pietra”, doveva essere consumata nel giro di due tre mesi, il germe di grano andava in “avaria” Ebbene si, ora come allora è il tempo  che sancisce la nostra esperienza quotidiana!. Il magico crescente era tramandato da generazioni in generazioni   scambiato quotidianamente con i vicini di casa che ne rinnovavano l’origina pasta conservata e aggiornata come pasta acida.
”Lu criscenti s’av’à rinnovari.”L’anticu s’av’à miscari cu lu novu! Sulu accussì si fa lu pani”  scrive in un racconto contenuto in”Rosolio alla cannella” Licia Cardillo. Il crescente come metafora del passato, del trascorso ovvero la memoria….la farina da impastare invece il presente, l’attuale. Dalla loro mescolanza nasce il pane ma anche il senso della nostra vita.
  Cosa avviene intanto in questo microcosmo silenzioso e umile?  Non vogliamo svelarvelo senza che la nuda realtà palesi il disincanto delle passioni “dolci”. Donne sbracciate, dai polsi liberi e possenti, irruenti, affondavano a pugni chiusi , quasi con rabbia , quella pasta prima  informe, poi resa  via via più plastica dai movimenti ritmati, volevano plasmare qualcosa che somigliasse alla loro identità, lasciare il segno della loro presenza, dell’alterità femminile, spesso disconosciuta e talvolta offesa ed umiliata.
 Le mani si slegavano dai polsi , divenivano “snodabili” , insufflavano nella pasta quanto più aria ricca di  ossigeno c’era bisogno  per moltiplicare i lieviti. La pasta nello “ scannaturi” veniva rigirata innumerevoli volte  finché sotto le abili mani  delle nostre nonne non se ne percepivano la sofficità, la leggerezza, il tutto esaltato dal buon odore del “malto”:  è così prendeva avvio la nuova  vita. Le forme impastate con maestria ,rotonde o allungate , venivano  avviate alla lenta e complessa lievitazione. Un sonno profondo, dominato dall’inconscio, dalla irrazionalità, dalla imperscrutabilità degli eventi.
Poi come a rompere questo magico assopimento, la nostra nonna dopo alcune ore, nel più totale silenzio, si avvicinava al letto dove erano sistemate le pagnotte  , scopriva adagio la coperta  e sollevandole con il palmo della mano ne batteva forte l fondo. Sentiva forte e chiaro il tonfo netto del pane a fine lievitazione, leggero ,soffice, malleabile ,la crosta leggermente screpolata. Il forno che “camiava” da circa un’ora era quasi pronto,  la “ramaglia” si era tutta consumata,  il “cielo” del forno era divenuto di un bianco candido  . La scopa di palma nana ripuliva il fondo del forno ,con un po’ d’acqua la nonna ne saggiava il giusto calore , tutto era pronto per “l’infornata” da chiudere con l’immancabile “ balata”.
Aspettavamo taciturni che il calore del forno compisse il suo dovere: regalarci il pane Queste erano  ore  di  affannosa attesa: chissà cosa ci riserverà la “fornata” Chi voleva aprire, subito si scontrava coi tanti che giudicavano  necessario il tempo giusto per cuocerlo. Infine esce il primo pane anticipato da un profumo indescrivibile che inonda tutta la presenza attesa. I pane tratto dal forno inebria i cuori, sollecita indescrivibili emozioni: chi decide di “cunzarlu” con olio e origano, chi lo impreziosisce con acciughe salate , chi ancora con olive nere o verdi . Buona parte del profumo  è addebitabile all’immancabile sesamo , “ la giuggiulena” , una strana pianta  approdata per caso nelle nostre zone. Questo era un rituale, un evento settimanale: il pane era sempre uguale ma nello stesso tempo diverso, la conservazione nella diversità , quello stesso paradigma che sanciva l’amore coniugale!
Ora non più! Altri grani ci danno diversamente farine, bianche di un candore mortifero, smagrite, indebolite, incapaci di nutrire i lieviti di assecondarli nel loro lavoro di demolizione dell’amido, hanno bisogno di aiuto. Abbiamo, invento “ l’ettaro lanciato”  senza risparmiare concimi ,diserbanti, insetticidi e tutto quanto fosse necessario per raggiungere i 100 q.li per ettaro.
Farine buone solo per alimentare i porci!!

Cosi non vi meravigliate se nel retrobottega di un moderno panificio scorgerete scatoloni di malto ,di integratori ,di attivatori chiamati a completare per quanto sia possibile una breve lenta, sofferta, faticosa lievitazione .  

domenica 15 ottobre 2017

Chi ha rubato i semi ai contadini?

Peppino Bivona




Dobbiamo riportare i contadini a coltivare le varietà per la biodiversità, per loro stessi, per la sicurezza alimentare, per il futuro." - Vandana Shiva 





Non abbiamo il diritto di consumare felicità senza 
produrne, proprio come non abbiamo il diritto di 
consumare ricchezza senza guadagnare.
                                                                                   George Bernard Shaw


                   Un tempo quando nelle menti albergava la ragione e il buon senso, i contadini possedevano e utilizzavano i loro semi, li selezionavano, li conservavano, li tramandavano, li scambiavano, erano insomma un patrimonio genetico vegetale delle comunità. Selezionare i semi era un lavoro affidato quasi sempre ai più anziani, i soli che avendo negli anni accumulato più “saperi” sceglievano sulla base del fenotipo i caratteri meritevoli di essere tramandati.

 Lo scenario era familiare: l’anziano contadino, precedeva di poco il resto della famiglia che si apprestava a raccogliere i pomodori “seccagni”, nel suo paniere c’era solo posto per i pomodori “migliori” ,i frutti più colorati, sani ,resistenti ,gustosi, produttivi.  Anno dopo anno venivano scelte i semi dai frutti  che meglio rispondevano alle esigenze del luogo .Erano  mediatori  , attenti e scrupolosi ,consapevoli  della necessità di non arrestare mai questo lungo e complesso processo di adattamento, sempre  in armonia  con il cambiamento climatico, con le condizioni  pedologiche  del luogo .
 Per strano che possa sembrare, le parole “tramandare “e “mutare” ci danno un segno tangibile del mutamento e della tradizione. Il cambiamento che non conosce la continuità genera innovazioni senza radici, senza contesto, senza dare tempo alla comunità di accoglierlo come un bene atteso, di apprenderne il corretto uso, e farne un bene comune.
 Di fatto, invece, le innovazioni isolate e distanti, generano una sorta di eresia dalle conoscenza. Non conosce la vita e  il rispetto per essa
 Ma che senso avrebbe la tradizione senza il lento, inesorabile, cambiamento?
 Avremmo espresso una rigida ripetizione, una monotona “clonazione”, buona per i musei o per alimentare nostalgie.

 No, la rigidità nega la vita, ne diventa inutile parodia, facendosi caricatura del passato.

La Tradizione non è conservatorismo né fascinazione del passato storico, niente è più lontano dalla tradizione di un museo folcloristico.” La verità è che la tradizione non consiste    in un semplice trasmissione del sapere: è invece la trasmissione di un saper vivere. Il tradizionalismo si contrappone alla tradizione perché uccide l’organismo vivente, per diventare un adepto del fossile “ 
 Il percorso che accompagna la vita delle varietà vegetali, parte dalla selezione, lungo un itinerario attraverso un   continuo adattamento. Ci ricorda che la natura non esprime solo e solamente varietà agricole, cosi come noi le conosciamo, ma che esistono le specie, le loro forme spontanee, , gli ecotipi , declinate  sulla  base delle condizioni climatiche,  agronomiche. Le varietà nella loro stretta accezione prendono “forma” da una precisa e definita attività umana, se volete “comunitaria “, come potrebbe accadere ad un “manufatto “ .
Le varietà, a differenza degli ecotipi non sono il prodotto di un incontro occasionale, nel tempo, ma ben di più , ovvero  sono il prodotto  dell’incontro della “ necessità “ con la cultura “ . Perciò sono varietà locali caratterizzate in modo originale e dinamico, sia nella loro modalità epigenetica, quale capacità di esprimere una incessante capacita di ridefinizione del codice costitutivo, sia degli aspetti fenotipici quali estensori di forma e di comportamento 
Cosi alla massima espressione genetica e diversità varietale   operata dalle comunità rurali e contadine, assistiamo oggi alla massima restrizione genetica e fenotipica dell’agricoltura industriale, semplificata e banalizzata fino all’estrema mortificazione della diversità che sfocia nella pratica monoculturale e monovarietale.
 La monocoltura non appartiene al mondo contadino essa è figlia dell’agricoltura intensiva, di precisione, di ordine formale, industriale, quella che prima di produrre prodotti coltiva profitti e contributi, ma produce inquinamento, erosione della terra e della diversità.
Oggi i prodotti delle monocolture, coltivate dalla “monocultura delle menti”, odorano di artificiosità, di moda, di intransigenza e fanatismo, di svalutazione della diversità della pluralità e dalla “contaminazione”  che in agricoltura sono elementi di ricchezza e in natura garanzie di sopravvivenza .
Le esigenze mercantile legate all’uniformità delle tecnologie colturali, di raccolta, confezione , distribuzione e vendita, hanno  sortito  un vero e proprio disorientamento identitario , un approccio astratto alla natura delle cose.
Quella della purezza delle varietà è una esigenza estranea al mondo contadino. Le nuove varietà commerciali sono caratterizzate da uniformità, stabilita e distinguibilità . Sono requisiti previsti per l’iscrizione ai registri varietali, sono coordinate buoni per i parametri ufficiali, definiscono i limiti per la commercializzazione delle sementi, sono caratteri conformi alla loro brevettazione, allo sfruttamento dei benefici commerciali  legati al loro uso .
 Quanto sono diversi e distanti dai campi dei contadini, dove le varietà si incrociano liberamente dando vita a mescolanze di popolazioni!

Le ansie per la purezza varietale tradiscono il misconoscimento e la negazione delle armonie e dei movimenti che spontaneamente e con sapienza anima la natura e ne sono rivelazione. Le ansie per la purezza varietale tradiscono una volontà pianificatrice, una bonaria propensione alla separazione, al rigetto di cosa non è abbastanza puro da compensare, il disorientamento morale, estetico e ontologico che intesse la filigrana della vita.

domenica 8 ottobre 2017

“Dovrà pur esserci un giudice a Madrid”


di Peppino Bivona


                     Don Ferdinando quella notte non riuscì a chiudere occhio, aveva conversato fino a tarda notte con la moglie, insieme avevano cercato di dare una spiegazione plausibile, un senso logico al comportamento arrogante e sprezzante del principe: come poteva disconoscere i patti sottoscritti, la sua stessa firma sul contratto, anche se stipulato trenta e passa anni fa? La sua prepotenza sembrava non avere limite, sfidava il galantuomo a far valere i suoi diritti rivolgendosi alla giustizia, ben sapendo, il farabutto, che i processi di tale natura si celebravano a Madrid!

L’alba non si fece attendere più di tanto, con gran sollievo del povero uomo, ma già sentiva il suo fedele servitore, giù nel cortile, sellare la sua giumenta baia, inseparabile animale da quasi vent’anni. Ebbene si, alla fine si era deciso, aveva accolto il suggerimento del canonico don Saverio di rivolgersi ad un famoso studio notarile-legale di Trapani ed accettare la sfida di sottoporre la vexata questio al tribunale, trasmettendo tutte le carte al giudizio insindacabile del giudice spagnolo. Salutò la figlia ancora assonnata e poi la moglie che assieme alle raccomandazioni le diede un cesto contenente le vivande sufficiente a rifocillarsi durante il lungo viaggio. Partirono presto con la speranza di raggiungere Trapani in giornata.
Questo primo tratto di strada la percorsero a trotto, poi in vista di Castelvetrano rallentarono proseguendo a passo. Questo lento procedere ebbe uno strano effetto su don Ferdinando ovvero risvegliarono in lui lontani ricordi quasi tutti legati alle vicende vissute nella sua impresa di trasformare buona parte del bosco della “Gurra” così esteso ,folto ed inestricabile , dominato da quei maestosi “busciuna”(querce da sughero) ,i placidi ed ombrosi carrubi, gli odorosi lentischi e poi le palme nane, i rovi , le roverelle…Ma ciò che lo attraeva più di tutti erano quei verdi e lussureggianti maestosi olivastri dai fusti lisci e dalla chioma svettante. Erano questi “selvatici “che più di tutto lo attraevano, sapeva come ricondurli ad una “funzione gentile”.
Superarono l’abitato di Castelvetrano si avviarono alla volta di Mazara. L’odierna Campobello era un piccolissimo centro ma con fervente attività da parte di quei pochi abitanti. Ogni qual volta don Ferdinando voleva ricacciare indietro quei ricordi, aumentava l’andatura della sua cavalla baia passando dal trotto fino al galoppo. Eppure quei ricordi erano il resoconto di buona parte della sua vita, nel bene e nel male non poteva disconoscere trent’anni di impegno febbrile nel trasformare quel bosco selvaggio irto e a tratti oscuro in un domabile esteso lussureggiante oliveto. Fu cosi che pochi anni dopo il suo matrimonio decise di accettare, d’accordo con la moglie, la proposta del principe: mettere a coltura, ovvero rendere produttivo alcune centinaia di ettari innestando tutte quante le piante di olivastro disseminati a casaccio. Decise di investire tutti i suoi risparmi, compresa la dote della moglie, in quella impegnativa impresa. Ristrutturò ed ampliò la casa posta sulla collinetta che dominava l’ampia valle  che si apriva verso il mare africano.
Lavorò senza risparmiarsi con braccianti, contadini e pastori del luogo, “domare” un bosco millenario non era impresa da poco! Abbatterono le vecchie querce, lasciò che  i fustelli servissero ai “cravunara” (carbonai) da cui potessero ricavarne pregiata carbonella. Il suo “attacco” al bosco fu dissacrante nella sua razionalità e meticolosità: operavano con un fronte di circa cento metri da est verso ovest dal vallone della Gurra alla vallata del fiume Belice utilizzavano le radure per attivare la carbonaia, il terreno alle loro spalle restava coperto dei soli olivastri. Che strano osservò don Ferdinando: il terreno  di natura argillosa su cui ospitava la carbonaia…diveniva rosso come quello dell’altipiano della Gurra.    Tuttavia  nel prosequo dei lavori si pose subito un serio problema : le maestranze locali specializzati nell’innesto degli olivastri non erano sufficienti e non  garantivano  una soddisfacente affidabilità nella riuscita dell’operazione. Decise di scrivere al principe per chiedere l’invio di una ventina di bravi innestatori, possibilmente catalani, che avrebbero contemporaneamente addestrato i locali cosi da renderlo autosufficiente.
Alla fine di febbraio alla Gurra arrivarono gli innestatori spagnoli, i quali per cortesia nei confronti del principe, portarono alcune marze di varietà coltivate in Spagna Ma don Ferdinando non ne volle sapere!
 Ora la campagna dopo Mazzara si faceva piatta, uniforme ed assolata una vasta “prateria” piena di rocce affioranti impediva lo sviluppo di una lussureggiante vegetazione. A poca distanza dal mare videro un casolare, una sorta di locanda per pochi e sparuti viaggiatori. Don Ferdinando ordinò a Matteo di riposarsi un po’ e prendere un boccone. Ma all’ombra di una tettoia di canne e con la brezza fresca che saliva dal mare l’anziano possidente non smise di ricordare. Ebbene si! Rifiutò con garbo l’offerta di marze spagnole, voleva e doveva innestare le sole varietà siciliane e del territorio!
Malgrado la viabilità a quei tempi non fosse particolarmente agevole, don Ferdinando conosceva le varietà della zona, ma cosa più sorprendente che delle stesse aveva valutato la qualità dell’olio ricavato. Cosi della Biancolilla diffusa verso l’areale di Caltabellotta ne apprezzava la produttività la discreta costanza, ma in particolare la “finezza” o la delicatezza del suo olio : poteva consumarsi appena uscito dal trappeto. Di tutt’altra natura si esprimeva l’olio della varietà Cerasuola pianta diffusissima negli areali olivicoli di Sciacca: superbo svettante buona la sua resa in olio dalle caratteristiche ben marcate, quali amaro e piccante, un olio si direbbe “robusto”. Infine, non poteva mancare la Nocellara del Belice presente negli oliveti della vicina Castelvetrano apprezzato per il suo olio fruttato oltre che per le sue olive conservate verdi.
Ora don Ferdinando aveva le idee chiare, propose agli innestatori di procedere all’innesto degli olivastri nella fascia disboscata, larga circa cento metri le varietà della zona: 60% Cerasuola 40% Biancolilla 10% Nocellara del Belice . In verità in una parte del terreno, un vasto impluvio, che successivamente chiamò “cavotto” fece innestare tutti gli olivastri a Nocellara del Belice con qualche eccezione di Giaraffa e Passulunara. Matteo le scosse garbatamente il braccio, restava da percorrere poco meno della metà di strada . Decisero di costeggiare Marsala e superato gli stagni vicino all’isoletta di “San Pantaleo” si avviarono alla volta di Trapani. Ora i ricordi dovevano fare posto alla drammaticità della situazione, da cui non aveva la minima consapevolezza di come poterne uscire in particolare con quali mezzi finanziari avrebbe potuto affrontare una causa così impegnativa? Visto che tutti i risparmi li aveva investito nelle migliorie?
Finalmente, quando ancora c’era qualche ora di luce giunsero a Trapani. Il notaio don Nicolò già lo aspettava, lo accolse come si conviene ad un galantuomo, preparò la camera degli ospiti, e dopo essersi  ripulito dalla polvere di strada venne invitato a cenare con la sua famiglia. Don Ferdinando era soddisfatto della pasto serale, delle pietanze a base di pesce e delle attenzioni che tutti i componenti della famiglia le rivolgeva: una famiglia seria e timorata di Dio. Ma ciò che più di tutto lo colpì furono quei quattro figli maschi di cui due grandicelli, in età di prendere moglie!
Terminata la cena don Ferdinando e don Nicolò si trasferirono nello studio dove al chiarore di un grosso candelabro, l’anziano possidente (di che?) tirò fuori tutta la documentazione in suo possesso ed espose i fatti accaldandosi non poco nell’evidenziare la prepotenza del principe nel negare l’evidenza. Quasi con le lacrime agli occhi concluse. “Don Nicolò, ho lavorato quasi tutta la mia vita per mettere a “coltura” la “Gurra”, ho speso i risparmi miei e quelli di mia moglie, non ho letteralmente niente, ma vi dico di più! Non ho neanche i soldi per affrontare la causa compresi i soldi per il vostro onorario! Don Nicolò non giudicatemi male, ma questa sera a cena ho visto i vostri figli…ebbene la mia proposta e semplicemente nuda e cruda, non giudicatela oscena: accettate di patrocinarmi in questa causa e se la vinceremo darò mia figlia in sposa ad uno dei vostri figli compresa tutta proprietà della  Gurra : Benedetto Iddio …dovrà pur esserci un giudice a Madrid!!”
Si, in questo raro caso a Madrid, dove arrivavano copiosi faldoni spediti dalla Santa Inquisizione, non solo c’era il giudice ..ma anche la giustizia che diede ragione a don Ferdinando,il quale da galantuomo onoro il suo impegno

Ora, se vi trovate a percorrere la ss. 115 da Menfi a Castelvetrano poco prima del bivio per Montevago, rallentate. Potete osservare sulla vostra destra maestosi ulivi secolari sparsi che si estendono verso nord …..sono i coprotagonisti di questa storia. 

martedì 3 ottobre 2017

Il Pane "Vostro"



di Peppino Bivona


                           C’era una volta, in verità non molto tempo fa, un luogo “magico” perché contemporaneamente così lontano ma di fatto vicino il paese, che si animava solo per qualche mese all’anno, tra la fine della primavera e l’inizio dell’estate: “li arii (le aie) di donn’Antuninu.




 Ora, non si sa bene se a causa del disastro dello sviluppo o lo sviluppo del disastro, dopo tanti anni, le dimensioni dello spazio e del tempo si intrecciano confusamente, ordiscono una trama dai contorni indefiniti, decisamente sfocati dall’euforia dell’espansione urbanistica, dalla crescita tumultuosa del post-terremoto.
Eppure la memoria infantile non tradisce, lo scenario è ancora vivido: un vasto appezzamento di terreno piano, uno dei tanti terrazzi marini che caratterizzano la campagna menfitana, posto a nord della periferia del nuovo centro abitato presumibilmente tra via Michelangelo e via Risorgimento.
 Come tutti gli anni, ai primi di giugno la contrada si vivacizzava, era tutto un frenetico preparativo per ricevere l’attesissima trebbia dei “Rimiti”. Donn’Antuninu armato di picchetti di legno e”mazzotto” disegnava con geometrica precisione “l’aria” da assegnare ai tanti contadini che avevano deciso di trebbiare il grano con la “macchina”.
Si, perché In verità l’orzo, l’avena, le fave e i ceci si continuava a “pesarli” con i muli su un’area circolare proporzionale all’entità dei “gregni”(covoni)  raccolti. Questi erano allocati in una area “attrezzata” meglio esposta ai venti.
Dopo la mietitura che durava giorni e giorni sotto un sole caldo e impietoso, dove per ogni chicco di grano la natura ne imponeva una goccia di sudore, i covoni a basto dei muli venivano trasportati la mattina presto nelle” arii” dove con esperta sapienza si sistemavano a forma di tronco di piramide(timogne) lungo dei percorsi ortogonali tali da simulare il centro abitato.
Il protagonista unico di questi giorni era “La matinata “, ovvero l’inizio dei lavori da eseguirsi immancabilmente all’alba, con una suddivisione stupefacente del chiarore mattutino: le sette albe!. Appena “spaccava” la prima luce del sole, prendeva il via il lavoro dello “strauliari” (trasporto) perché le spighe rese plastiche dall’umidità della notte non si rompessero o/e perdessero per strada. A quel tempo il valore delle cose era commisurato alla fatica necessaria a produrle!
“Li gregni” sistemati nelle “timogne” restavano a “riposare” per giorni in attesa del turno, ma la sosta non era inutile, diveniva una tappa quasi obbligata, una esigenza fisiologica, perché si potesse consentire ai tanti minerali, in particolare al silicio, di migrare dal lungo stelo fino alle cariossidi. Strano che possa sembrarvi ma dopo l’introduzione delle mietitrebbiatrici alcuni mulini e panificatori ne domandavano la provenienza.
L’avvio della trebbiatura non avveniva prima delle ore 9 o 10, il caldo doveva svelare il seme spogliarlo dalle tuniche della pula che amabilmente lo proteggevano evitando di rischiare di finire in mezzo alla paglia.
 Si, la paglia questa inseparabile compagna delle cariossidi, a quei tempi aveva una sua dignità, una rispettabilità economica. Certo la maggiore attenzione era riserbata al grano, ma la paglia, la lunghezza dei suoi steli, naturalmente vuoti, resa appetibile dalle moltitudini di foglioline ascellari doveva alimentare l’asino e il mulo senza i quali l’attività agricola non sarebbe stata possibile.
I grani coltivati erano tanti spesso miscelati tra loro a caso, senza rispettare i limiti imposti dalla “purezza”, così come oggi prescritti dalle attuali norme legislative.
Dominavano il  Senatore Cappelli, dal caratteristico colore nero delle reste, il Bidi alto svettante,Russello,Timilia, Perciasacchi  e il nuovo arrivato Capeiti.
L’avvio delle trebbiatura era preceduto dall’accensione del vecchio, massiccio “Landini” a cui veniva posizionata in basso alla testata, la fiamma alimentata delle prime bombole a gas . Una volta riscaldata, due robusti operai a mano giravano la puleggia fino a quando non si sarebbe avviato il motore con il suo inconfondibile monotono rumore.  Le ruote del Landini erano dentate somiglianti a quelli di un pescecane, affondavano saldamente i rebbi nel terreno consentendo a due lunghe tese e robuste cinghia di trasmettere il “moto” e procedere alla trebbiatura ovvero la rottura delle spighe, alla separazione dalla pula, fino alla cernita del grano che usciva da una piccola bocca per riversarsi in un ambio contenitore quadrato di legno. La paglia raccolta posteriormente veniva imballata, squadrata in grossi porzioni a forma parallelepipedo, tenuta insieme da robusti fili di ferro.
 L’aria, tutt’intorno ci avvolgeva, venivamo immersi in una strana foschia, sentivi uno strano odore: di polvere, di pula, di grano…di umanità 
La Guerra era finita da alcuni anni, ma le tensioni sociali non si placavano. La “metadaria”dominava nei contratti  che regolavano i rapporti tra impresa e proprietà. Il prezzo del grano scendeva ogni anno, i contadini erano sempre più sfiduciati, qualcuno più intraprendente proponeva di impiantare la vigna , ora grazie all’acqua del Consorzio si poteva produrre uva in gran quantità e venderla a commercianti del marsalese.
Donn’Antuninu acoltava con aria perplessa e scuoteva la testa, finché spazientito si rivolse a mio padre e sbottò tutto di un fiato: “ Ora tu, Fili, mi devi diri, quannu li picciliddi chiancinu, pichì hannu fami , chi ci duni tu, na fedda di pani o un biccheri di vinu? (Se i bambini piangono per la fame, cosa gli dai una fetta di pane o un bicchiere di vino!?)
Ebbene,caro donn’Antuninu,  oggi per fortuna i nostri figli non piangono più per fame, se li vedesse sono coloriti e floridi , in carne(anche un po’ troppo) , ma in questo mezzo secolo e più  sono successe tante cose che Lei neanche lontanamente può immaginare, Le posso solo dire che oggi  ho seri dubbi se dare una fetta di “questo “pane ai miei figli! Si, debbo confessarlo: non so di preciso come lo fanno, con quali farine, con che tipo di grano e dove viene coltivato. Lo stesso vale per la pasta, la pizza, le torte, i biscotti…Il progresso ci ha sedotto e poi …abbandonato. Ci siamo lasciati incantare dalle sirene della “modernità” dalla velocità, la produttività. Abbiamo sovvertito i cicli naturali, dalle rotazioni delle colture, alla molitura del grano, dalla lievitazione del pane all’essicazione delle paste. Insomma con un colpo di spugna abbiamo cancellato la “lentezza”. Ma con una perfetta simmetria ci ammaliamo altrettanto velocemente di malattie nuove, strane, allergie, intolleranze, stati infiammatori cronici delle mucose intestinali, di cui solo ora gli scienziati sono riusciti a stabilire precisi nessi di causa-effetto.

Cambiamo la realtà che ci circonda, ne mutiamo radicalmente i connotati tali da renderli irriconoscibili, ma non valutiamo e soppesiamo intelligentemente le pesanti conseguenze.