venerdì 9 febbraio 2018

“Cento e più idee per valorizzare le aree rurali

“Cento e più idee per valorizzare le aree rurali: finanziamenti, multifunzionalità e sistemi territoriali”: è questo il titolo del   libro di Mario Liberto 
La presentazione della pubblicazione è  prevista a Menfi il prossimo 2 Marzo alle ore 17.30 presso Casa Planeta,  consentirà  anche di fare il punto sul ruolo delle risorse immateriali a favore delle aree rurali, e la consegna dei riconoscimenti ai decani dell'Assistenza Tecnica
  Interverranno:  Giuseppe Bivona Presidente della Libera Università Rurale,  Nuccia Tornatore Esperta in politiche di sviluppo locale,  

 Mario Liberto Giornalista,  Nino Sutera  dell'European Rural Parliament

  Un saggio utilissimo per agricoltori, professionisti, giovani in cerca di prima occupazione, titolari di aziende, associazioni culturali, operatori di turismo rurale, amministrazioni locali e per quanti operano nelle aree rurali italiane che, oltre a suggerire alcune soluzioni legati alla multifunzionalità aziendale e occupazionale, indica le fonti di finanziamento per la valorizzazione e la promozione delle aree rurali. Il libro è diviso in due parti; la parte generale evidenzia gli aspetti storici, culturali e ambientali e la scelta obbligata per gli operatori del mondo rurale della multifunzionalità.
Il libro è diviso in due parti; la parte generale evidenzia gli aspetti storici, culturali e ambientali e la scelta obbligata per gli operatori del mondo rurale della multifunzionalità. La seconda parte individua dieci funzioni: produttiva, paesaggistica, ambientale, didattica, sociale, culturale, energetica, turistico-ricreativa, servizi alle imprese e alla persona, attività ittiche, iniziative connesse al mondo rurale che possono essere estrinsecate in maniera dinamica e moderna, attraverso l’offerta di alcuni servizi: assistenziali, formativi, educativi, d’inserimento lavorativo e sociosanitari.
Un ruolo che il mondo agricolo ha sempre svolto in maniera naturale con una scarsa propensione alla monetizzazione. Le varie funzioni multifunzionali, oltre a presentare le attività che possono essere intraprese, individuano le fonti di finanziamento che, non sono solo afferenti ai Piani di Sviluppo Rurale delle regioni italiane, ma anche ad altre fonti quali: INVITALIA, Inps, Legge Sabatini, ecc. L’ultimo capitolo è riservato ai sistemi territoriali, ai distretti rurali ed agroalimentari, mutuati dalle varie esperienze nazionali dei progetti LEADER, utile per comprendere l’evoluzione delle amministrazioni locali verso forme aggregative territoriali.
Studioso e animatore dello sviluppo locale, Mario Liberto, non si stanca mai di additare come valore aggiunto per gli agricoltori e i fruitori dello spazio rurale ciò che resta dei beni naturali e la variegata fisicità del territorio umanizzato, dei tanti bei paesaggi agrari italiani che sono «scrigni di cultura».
L’interesse di Liberto rimangono gli agricoltori, grandi, medi e piccoli, i territori rurali e i giovani, alla cui sorte ha associato il suo destino di intellettuale, agronomo e funzionario regionale scrupoloso e preparato, sempre pronto ad assistere chiunque abbia bisogno di una guida esperta e affidabile per districarsi nella giungla di una burocrazia non sempre in grado di rispondere ai bisogni veri di chi produce ricchezza, cibo, svago, ospitalità rurale, incontro dei saperi cosmici con le nuove competenze informatiche, progetti di sviluppo autogestiti e di turismo integrato.

giovedì 1 febbraio 2018

Nomination per il premio “Attila”


Nomination  per il premio “Attila”
di Peppino Bivona

Qualche anno fa Angelo Napoli del Wwf di Menfi, aveva protestato energicamente assieme agli ambientalisti,    per lo scempio perpetrato ai danni dei ficus sistemati in piazza e in altre strade del paese.

Napoli, accompagnò la sua protesta con una sensata proposta, ovvero fornire al personale impegnato nella gestione del verde urbano, di una base cognitiva minima circa l’anatomia e la fisiologia delle piante, sperando così di evitare di  assistere, in futuro, a questo incivile massacro di alberi.

Ora, se vi capita di passare per via IV Novembre, poco distante dall’ex cinema Pirandello, capirete subito che il suggerimento del nostro concittadino Napoli è stato totalmente disatteso. Stanno a dimostrarlo il breve viale di ficus orrendamente mutilati, branche mozzate,tranciati ai nodi. Questa capitozzatura energica e decisa pare fosse dettata dall’incontrollato sviluppo delle radici che stavano sollevando e dissestato il marciapiede e da lì a poco sarebbe toccato anche alla strada.
Personalmente ritengo  che questi ficus non siano  stati  una scelta intelligente per l’alberatura del luogo, ma una volta cresciuti e nel rispetto della loro  età, abbiamo il dovere di custodirli  e gestirli al meglio delle nostre conoscenze
Proverò  a spiegare a queste brave persone, che hanno in  custodia e curano le piante del nostro paese, alcuni principi  elementari di botanica nel rispetto delle  esigenze  e delle circostanze del caso.
Intanto, sia chiaro che con la vostra operazione di capitozzatura non fermerete lo sviluppo  delle radici in superfice,  anzi  alla ripresa vegetativa si attiveranno di più, non conosceranno ostacoli. Ma vi siete chiesti perché queste radici che, quasi per definizione, dovevano scendere in basso, sottoterra , all’improvviso impazziscono ed emergono in superfice?
Ebbene, queste piante, contrariamente a noi umani che ci adattiamo a vivere in cassettoni di cemento, non sopportano nessuna copertura impermeabilizzante, qualsiasi strato cementizio, di asfalto o di mattoni  che renda intrasmissibile l’acqua e l’aria col suolo. Si è bene che lo sappiate :le radici degli alberi hanno un dannato bisogno di OSSIGENO!!
In natura, vedi i boschi, ad arieggiare il terreno ci pensano molti animali terricoli dai collemboli ai lombrichi, questi ultimi venivano chiamati dai nostri contadini” vermi lavuratura”. Nella campagna coltivata ci pensa il l’agricoltore attraverso l’aratura e la zappettatura.
Buona norma  vorrebbe che le piante,almeno per la prima parte della loro vita, ovvero dello sviluppo iniziale,  il terreno, per tutta la proiezione della chioma , restasse al naturale, ci si astenesse  dal cementificare o asfaltare , lasciando che si istaurino nelle radici una benefica presenza di micorri ze. Questo suolo non dovrà comunque  restare “nudo” ma si provvederà a coprirlo con truciolatura o piccoli sassi anche a scopo decorativo.
Capitozzare gli alberi è barbarie, una delle pratiche più sadiche che possiamo infliggere agli alberi, spesso li trascuriamo, non comprendiamo in tempo i segnali di malessere che  ci inviano, per poi stoltamente intervenire cruentemente nell’illusione di salvarli.
La stroncatura delle branche disarmonizza il rapporto equilibrato istauratosi tra chioma e radice, scompensa la circolazione linfatica, la produzione ormonale viene alterata, le grosse ferite prima di cicatrizzare sono esposte per lungo tempo all’attacco di funghi e batteri , la pianta sembra curiosamente avvantaggiarsene, ma nel lungo periodo sarà segnata, la durata della sua vita sarà di sicuro più breve.
Questi ficus  di via IV Novembre avevano mitigato ,e non poco, le abitazioni viciniori nelle estate accaldate ,erano rifugio di uccelli magari insettivori, di quelli che la sera all’imbrunire facevano incetta di fastidiose zanzare….la prossima estate non sarà più la stessa.    

venerdì 26 gennaio 2018

Spravviverano i contadini ancora una volta?

Spravviverano i contadini ancora una volta?
(ultima parte)

di Peppino Bivona

 Per parlare dei contadini bisogna amarli, rispettarli, conoscere il loro lavoro e con esso il suo valore. Bisogna stare ore ed ore ad ascoltarli, senza perdere neanche una pausa, parlano attraverso lunghi silenzi.



Solo cosi possiamo  comprendere la ricchezza di questi uomini,  i soli che sono in grado di leggere i segreti della natura, carpirne le poche essenziali leggi , vivere in perenne rispetto di essa. Li osserviamo mentre sono impegnati ad assolvere ai loro compiti nei campi accompagnati dai pensieri  più intimi e profondi.
Quanti lavorano a contatto con i contadini scoprono dei veri immensi “giacimenti di conoscenza”. Conoscenze che oggi sono particolarmente indispensabili per rispondere alla triplice crisi che stiamo attraversando: sociale ,economica, ambientale.
I contadini rappresentano la “forza motrice” di una trasformazione che dai campi investe l’intera struttura sociale, non mettono in discussione solo il modello agricolo convenzionale, ma sollecitano una interrogazione generale sulla società in cui viviamo, ovvero sulle ideologie dello sviluppo, del progresso, della scienza, dell’economia, e della produttività.
Oggi , siamo ancora sicuri che la natura debba essere considerata innanzi tutto, una risorsa da sfruttare? Siamo convinti, senza alcuna ombra di dubbio, che la competitività sia il “motore” della società a scapito della solidarietà e della complementarietà?
I contadini rappresentano oggi “l’antisistema” per eccellenza. Il loro grado di autonomia infastidisce le multinazionali dell’agro-alimentare, cosi ad esempio se mettono in piedi delle reti di sementi vernacolari, entrano direttamente in urto con il modello agro-scientifico che passa per le sementi migliorate o gli O.G.M. Accade lo stesso quando decidono  di coltivare le piantagioni utilizzando pratiche poco invasive, spesso articolate su sapere-fare ancestrali, di fatto entrano in conflitto con la logica della modernizzazione agricola che vorrebbe invece spingerli ad usare sempre di più i fertilizzanti chimici e macchine costose Non di meno, quando  i nostri contadini mettono in piedi delle filiere corte di commercializzazione , praticano una proposta alternativa a quella imperante della mondializzazione degli scambi commercia
Alla base della cultura contadina c’è una particolare “razionalità” che caratterizza il suo rapporto con la terra
La terra non è solo la base produttiva, ma viene investita da una serie di funzioni non meno importanti: da quella sociale, alla simbolica ed anche religiosa.
Con queste funzioni  costruisce una sua “razionalità” che non ha niente a che vedere con la logica della moderna agricoltura. Basta osservare un campo o un orto coltivato dal contadino: si osservano numerose e diverse piante che, se valutate a prima vista, non sembrano avere alcuna validità commerciale. Infatti poche dozzine sono vendibili e persino commestibil, eppure tutte hanno per il contadino una qualche utilità: quella determinata pianta permette di compensare il deficit nutrizionale del terreno, quell’altra trattiene l’acqua , l’altra ancora ospita il predatore di un certo insetto, quella è “indicatrice” di malattie crittogame, l’altra fa ombra , quella guarisce dalle malattie e infine quella è bella a guardarsi.
Per questo contadino la priorità non è quella di assicurare un attivo bilancio economico, ma un altro bilancio non disgiunto da un equilibrio, più ricco, più vario, più complesso. E’ questo equilibrio che soddisfa le funzioni vitali degli uomini e della natura , non è l’equilibrio degli economisti.
I contadini proponendo il concetto di “limite” attivano con le loro pratiche quotidiane alcuni obbiettivi che costituiscono una vera e propria alternativa sociale politica ed economica, ovvero.Ridurre,Riutilizzare,Riciclare.
Avevamo iniziato questa riflessione sul mondo contadino chiedendoci  se riusciranno ancora una volta a sopravvivere.

La risposta sta nel capovolgere la domanda ovvero ci salveremo se diventiamo un po' tutti “contadini”!    

sabato 6 gennaio 2018

Sopravvivranno i contadini ancora una volta?


di Peppino Bivona
(Terza parte)

                                       Oggi l’agricoltura non ha bisogno della presenza e dall’attività svolta dai contadini.  La modernizzazione, attraverso lo sviluppo della tecnica,  si avvale della meccanizzazione, della fertilizzazione chimica, della genetica  per produrre cibo, alimenti a buon mercato. Anzi ritiene  anacronistico  continuare a porsi il  problema dei contadini, sono sole zavorre da  abbandonare il più presto possibile, perché la mongolfiera dello sviluppo,  della crescita, del godimento illimitato ,possa dispiegare liberamente le propri ali.
Per raggiungere questi obbiettivi bisogna agire  attraverso la pressione economica , utilizzando la caduta del valore di mercato delle  produzioni agricole . Basti pensare che oggi il prezzo di un quintale di grano  è tre volte inferiore a quello di cinquanta anni fa. Eppure i contadini  rimangono i soli a resistere  all’onda lunga del consumismo . Bisognava disintegrare questo mondo  chiuso ,arcaico ,arretrato , solo cosi il mercato può espandersi.
In gran parte del mondo il possesso della terra e detenuto all’1% dei proprietari terrieri  i quali  investono nel nel patrimonio fondiario  le sole monocolture , attivano un florido commercio , garantendosi negli anni il massimo della rendita fondiaria con il minimo rischio .Il capitale monopolistico  delle multinazionali controlla il mercato, la produzione, la trasformazione, il confezionamento, la vendita, il consumo.La penetrazione di questo modello, sta mettendo in serio pericolo la sopravvivenza dei contadini.

Ma per espugnare  questo solido modello  economico, sociale e culturale eretto  a baluardo dal mondo contadino bisognava, come sostiene il sociologo portoghese Boanaventura de Sousa Santos ,annientare totalmente e radicalmente  tutti i giacimenti colturali  che sorreggevano  il modello di vita a cui faceva riferimento il contadino.
Ovvero un processo di decolonizzazione del sapere  intimamente legato al fare, un e radicamento delle consuetudini , dei riti , dei processi di acquisizione delle conoscenze.
Quello che negli ultimi cinquant’anni è accaduto può essere sintetizzato come  un “epistemicidio”, come sterminio  di conoscenze, di saggezze, di patrimonio consolidato per la vita. La stessa  violenza  culturale che si è espressa in tante parti del mondo con diverse popolazioni.
Il sogno dell’abbondanza, del benessere, del bene ,del bello, del progresso, ovvero del positivo , comincia a mostrare le prime crepe, alcune certezze si sfaldano, il “male “ che avevamo estromesso dal nostro mondo  ci riempie  le notti  di incubi .
Ormai da più di mezzo secolo  viviamo  con la certezza del futuro  equivalente alla positività, con la tecnica che ci garantisce ogni soluzione. Il dramma  o se volete la tragedia è che non siamo preparati ad eventi  nefasti e a tutto ciò che può ascriversi al “negativo” ,non abbiamo gli attrezzi , gli strumenti cognitivi ed intellettuali. .
Il contadino avevano la consapevolezza che potevano esserci buone annate intercalate da cattivi raccolti ,  chiedeva al signore di dargli la forza per affrontare le vicende che poteva “modificare” , pregava perché gli desse la vitalità di sopportare gli accadimenti che non poteva  cambiare .Ma quello che più desiderava  era la saggezza capace di discernere le cose che poteva cambiare da quelle che non poteva cambiare.
Ritorneranno i contadini?
(continua)          

      

lunedì 25 dicembre 2017

Settesoli,un pezzo del nostro vissuto.


 Peppino Bivona  

Caro Nino, ho letto il tuo   intervento sulle ultime  vicende accadute presso le Cantine Settesoli. 
https://liberauniversitrurale.blogspot.it/2017/12/settesoli-dal-giornale-di-sicilia-guida.html
  
                        Ora malgrado i tuoi buoni propositi volti a valutare con serenità  le vicende, il contenuto di fatto non aiutata a dissipare  il “nebuloso intreccio” che pare abbia  sfociato in  una congiura di Catilina memoria.
Come Libera Università Rurale  in questi anni abbiamo cercato di “volare alto” ovvero tirarci fuori dalle polemiche e dai pettegolezzi che investono le vicissitudini paesane.Perciò colgo il tuo invito.

 L’azienda  Settesoli è  un “pezzo” del nostro vissuto   è lo zoccolo duro su cui poggia l’economia   della nostra comunità, è la stessa identità  che da più parti ci viene riconosciuta, è…. più di mezzo secolo di storia di questo paese.

Ora , questo prezioso patrimonio non c’è l’ha regalato nessuno: è il felice risultato scaturito  della fatica dei nostri viticoltori , l’ intelligenza e la lungimiranza di qualche cervello locale , la serietà e competenza di operai impiegati e dirigenti nel perseguire gli obbiettivi.
Non vogliamo e non dobbiamo entrare nel merito dei risultati “elettorali” , nei sistemi elettivi  la maggioranza decide e, a noi , non resta che prenderne atto, ogni altra possibile speculazione andava fatta prima  che gli elettori si esprimessero .Questo non esclude che ci si possa soffermare sulle analisi del dopo voto. Ma solo se colpiamo il vero obiettivo.
L’articolo che tu hai riportato del Giornale di Sicilia del 2003  è  stato “ commissionato”  dalla Settesoli  come inserto” pubblicitario” atto ad accrescere la nostra immagine a livello nazionale; i terreni, il clima  non sono dissimili da quelli  delle contrade viciniore di Sciacca  ,Sambuca o Castelvetrano  anzi  relativamente al clima , non ci dispiacerebbe avere qualche punto in più nel “salto termico” . Ma quello che alle realtà vinicole limitrofe è mancata è stata  la capacità intellettiva di una classe dirigente  che in tempi non sospetti ha avuto il coraggio di   dire di “No”: un No deciso al totale delle liquidazione delle uve. Un No,  alla banalizazione del vino ridotto a “mosto muto”.Eppure  in quegli anni i viticultori siciliani si mobilitavano scendevano in piazza chiedevano a gran voce, una, due ,tre leggi per la distillazione Qui da noi  qualcuno ,intelligentemente ,percorse un itinerario diverso: puntò sulla ”bottiglia, ovvero sulla qualità. Fu una scommessa avvincente non priva di resistenze e dissapori: finché non ci si pose difronte al più grosso delle difficoltà.
Ovvero:  come una azienda di matrice cooperativa poteva porsi sul mercato dell’imbottigliato, competere con le grosse aziende private , fare fronte alle liquidità giornaliere dei fornitori, dei commissionari, dei rivenditori, delle enoteche? Il salto di “qualità” per il presidente di allora Planeta era possibile: bisognava costituire all’interno della Settesoli una “Finanziaria” ovvero aprire la Cantina  ai  soci sovventori, piccoli risparmiatori locali, con tutte le garanzie che gli erano dovute.Planeta inteligentemente sapeva che i piccoli viticoltori  non potevano farcela avevano bisogno dell’artigiano, del commerciante, dei piccoli risparmiatori che avrebbero attivato cosi  una economia “circolare” Sono trascorsi quasi venticinque anni e ancora rimbombano le voci stridule dei soci che quasi all’unisono imprecavano “La cantina è dei viticoltori !!” Molti di costoro non erano stati informati dai dirigenti del p.c.i o della Lega delle Cooperative che in Emilia Romagna queste realtà vigevano da  anni. Planeta e alcuni di noi abbiamo avuto una  cocente  delusione , al limite della umiliazione, avevamo fatto il passo più lumgo della gamba , capivamo che i nostri soci stavano sbagliando ma Planeta ritrasse la sua proposta in attesa  che i tempi maturassero: non  abbandonò la nave. Da qualche anno una finanziaria del Nord rastrella capitali per foraggiare le impresse della padania ,,l’attore locale venne definito in una assise “portatore di luce” che il latino si traduce in “ fero lux” ovvero Lucifero. 
Le strutture cooperate si reggono sul consenso, ovvero si va avanti se il grosso della truppa è consenziente.  I tempi di elaborazione e maturazione nel mondo agricolo sono lenti e a volte stenuanti .I nostri viticoltori debbono avere la consapevolezza che se vogliono sfidare il mercato  debbono sottostare alle dure leggi  della concorrenza comprese quelle aziende  che disonestamente applicano le cosiddette “asimetrie di mercato” ovvero comprare vino di dubbia qualità a prezzi sviliti su cui sarà possibile esercitare tutti i ricarichi dettati dal marketing  . Ed allora come uscirsene?
La Settesoli è un bolide lanciato, non può fermarsi né, tanto meno, tornare indietro, ma per restare in pista e mantenere la giusta velocità, ha bisogno di “carburante”
Ai nostri  viticultori non possiamo chiedere di più,”hanno già dato” Ma debbono sapere che le bottiglie non camminano da sole, nessuno viene a prendersele dal magazzino dell’imbottigliato!. Eppure non bisogna arrendersi, dobbiamo cercare idee innovative a cominciare dalla forma societaria
I prossimi anni saranno decisivi per la Settesoli, perciò auguriamo buon lavoro al nuovo presidente Giuseppe Bursi e al consiglio di amministrazione…e con l’occasione 
Buone Feste e Felice anno nuovo.
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venerdì 22 dicembre 2017

Settesoli, dal Giornale di Sicilia “Guida al Vinitaly 2003”

ninosutera 

Dal Giornale di Sicilia 

“Guida al Vinitaly 2003”

 

Menfi, capitale enologica della Sicilia. Mandrarossa, vini di qualità

Written by Terramadre   Commenti disabilitati su Menfi, capitale enologica della Sicilia. Mandrarossa, vini di qualità

Quello che è accaduto il 17 u.s  impone una seria riflessione, 
senza retorica ne superficialità, ma una discussione 
serena per  meglio comprendere la dinamica dei fatti.
Leggendo l’articolo  che segue, pubblicato sul Giornale di Sicilia  nel 2003, non mi pare di notare delle differenze sostanziali,  tra la strategia  che la governace aziendale dell’epoca,  aveva elaborato, e la strategia che  l’ex presidente e l’ex CdA ha portato avanti in questi ultimi 6 anni.Ora delle due, una,  o la strategia elaborata all’epoca era errata profondamente sbagliata, cosa che non lo era (portata avanti dal 2000 al 2011 cioè per ben 11 anni e forse anche più), oppure c’è dell’altro. ?
                         Mi auguro che qualcuno possa spiegare meglio qual è la sottile differenza, tra prima e dopo, senza vena polemica.                 Intanto  vi invito a leggere l’articolo  del Giornale di Sicilia dell’epoca, (quello integrale lo troverete nel link a fondo pagina)                                   


Check-up dei terreni e nuove tecnologie. Cosi’ la cooperative siciliana Settesoli punta verso l’ eccellenza qualitativa
Produrre di meno, ma meglio. È questa la via che la Cantina Settesoli di Menfi, in provincia di Agrigento, tra le più grandi d’Europa con 2.300 viticoltori e 6.500 ettari a vigneto, ha deciso di percorrere, investendo svariati milioni di euro, per il progetto Mandrarossa. Una vera e propria svolta di qualità che ha portato alla produzione di vini rivolti a un target medio alto (wine bar, enoteche e ristorazione). “Abbiamo iniziato a lavorare a questo progetto a metà degli anni ’80 ma”   “la prima vendemmia si è avuta nell 1999”. Da quel momento i riconoscimenti non sono di certo mancati. Innanzitutto grazie all’ottimo rapporto qualità/prezzo, come afferma l’Almanacco del Berebene, edito dalla prestigiosa rivista Gambero Rosso, che ha assegnato l’Oscar del vini al Merlot Mandrarossa 2000 e al Feudo Dei Fiori Madrarossa 2001. “Dal 14 al 17 marzo”,  , “abbiamo partecipato alla competizione intemazionale Chardonnay du Monde 2003 e il nostro Chardonnay Mandrarossa è riuscito ad aggiudicarni, per il secondo anno consecutivo, la medaglia d’argento”. Un riconoscimento dietro l’altro visto che, in occasione dell’ultima edizione di Medial a Palermo, era stato conferito il premio “Rosso the Best” al Madrarossa Bendicò. Così, consapevoli di portare avanti un prodotto di qualità, a Menfi cisl sta già preparando per lanciare sul mercato tre grandi importati novità: il Mandrarossa Fiano 2002 IGT Sicilia, l’Olio Extra vergine di oliva Mandrarossa e la Grappa di Nero D’Avola. E d’altra parte, fa linea Mandrarossa costituisce l’apice qualitativo della Settesoli, con una produzione che supera le diverse migliaia di bottiglie, di cui 11,30% indirizzato all’estero ed in particolare: Inghilterra, Irlanda, Germania, Svizzera, Francia, Danimarca, Svezia, Norvegia, Finlandia, Olanda, Irlanda, Belgio, Principato di Monaco, Estonia, Stati Uniti, Canada, Brasile, Argentina, Giappone e Finlandia.
Una diffusione ad ampio raggio che il marchio Mandrarossa ha ottenuto con i suoi sei rossi e sei bianchi. Per i rossi: Syrah, Nero d’Avola, Cabernet Sauvignon, Merlot, Bonera e Bendicò (un barricato che riprende Il nome dell’alano nero di Don Fabrizio, il romanzo dl Giuseppe Tomasi di Lampedusa). Per i bianchi: il Grecanico, lo Chardornnay, un Feudo Dei Fiori (che è un blend fra Grecanico e Chardonnay), Fiano,Vendemmia Tardiva (Grecanico 100%) e Furetta (Grecanico 60%, Chardonnay 40%). Ma la linea Mandrarossa si completa con l’Olio ExtraVergirie di Oliva, ottenuto da olive Nocellara del Belice, Cerasuole e Biancolilla.
Un ventaglio articolato che completa la già ricca offerta delle Cantine Settesoli che conta al suo attivo quattro linee di vini: lnycon, nata da una joint-ventur con l’importatore inglese EnotriaWine Gellar di Remo Nardone; Settesoli GD ed Arpeggio. “L’esigenza dell’azienda ad un certo punto è stata quella   di, creare qualità in quantità anche elevate, garantendo un ottimo rapporto qualità prezzo. Per questo abbiamo deciso di proporre vini che da un punto di vista qualitativo possono posizionarsi in una fascia di mercato ancora più alta rispetto a quella in cui si trovano con un rapporto qualità/prezzo eccezionalmente vantaggioso per il consumatore”. E così che è nata la sfida ‘Progetto Mandrarossa” che, ha l’obiettivo di trasformare la cooperativa in un’unica impresa, ha coinvolto, sin da subito, 1.500 aziende pronte a puntare su un netto miglioramento qualitativo, un più alto valore della produzione, una maggiore incisività sui mercati.
La specializzazione dipende dal territorio.
Sulle colline di Menfi, dove la civiltà della vite fu introdotta dai coloni greci, la mitezza del clima, la generosità del terreno e il lavoro dell’uomo hanno creato vigneti straordinari, dai quali nascono I vini Mandrarossa.




https://www.terramadre.it/blog/2003/08/30/menfi-capitale-enologica-della-sicilia-mandrarossa-vini-di-qualita/

mercoledì 13 dicembre 2017

PALERMO CAPITALE DELLA CULTURA 2018


TASTING AFRICA, LA BELLEZZA AFROITALIANA SI PRESENTA
Arte, moda, cibo e make up in stile afroitaliano. Le nuove specie delle tendenze del gusto si danno appuntamento a Palermo per cominciare a convivere nel segno della bellezza.

Al via Tasting Africa, una rassegna di incontri, manifestazioni e confronti promossa dall’associazione Salambò, in collaborazione con il Comune di Palermo, che culminerà, concludendosi, nelle ultime settimane di Maggio 2018. Un calendario di iniziative che segnano il primo incontro ufficiale tra le culture straniere, ormai stabilmente innestate in Sicilia e in Italia, e le tradizioni culturali nostrane, nel quadro del programma per Palermo Capitale Italiana della Cultura 2018.
Il primo appuntamento, il 14 dicembre, alle 13 e 30 a Sanlorenzo Mercato, alla presenza del vicesindaco Sergio Marino, del Dirigente Generale Dipartimento Pesca Mediterranea della Regione Siciliana Dario Cartabellota e dei protagonisti della rassegna fra cui Davide “Atomo” Tinelli fra i più famosi street artist internazionali, Paolo Sciortino, giornalista culturale e sceneggiatore e Marene Cissè cuoca senegalese, sarà un contest lunch intitolato alla Afro Fusion Experience: cinque cuochi italiani e africani si cimenteranno in un viaggio tra i sapori all’incrocio tra le diverse culture gastronomiche.
Il calendario degli eventi di presentazione di Tasting Africa, programmato in due giornate, proseguirà poi nel pomeriggio, alle 16.00, presso Sala Martorana di Palazzo Comitini, con un talk show dal titolo: “La bellezza della contaminazione”, a cui interverranno esponenti qualificati nelle varie sezioni del progetto Tasting Africa, che illustreranno i nuovi valori della bellezza afroitaliana.
A seguire, il giorno dopo (venerdì 15 dicembre), con alcuni incontri mirati in diverse sedi dislocate in città (Orto botanico, Cantieri della Zisa, Scuola Politecnica e Consorzio Arca) sulle quattro aree di interesse dell’iniziativa (Arte, Cibo, Moda e Bellezza), i coordinatori della rassegna e gli esponenti del mondo produttivo, istituzionale e della cultura faranno il punto sulle singole azioni da mettere in programma per Palermo 2018.

La manifestazione d’esordio di Tasting Africa si concluderà venerdì 15 dicembre, dalle 21.00, nell’ambito dello Street Food Fest, allo Spazio Gourmet di Piazza Marina con un cooking show a tema: “Identità, salute e sostenibilità nella fusione afro sicula del cibo di strada”.

martedì 28 novembre 2017

Sopravviveranno i contadini ancora una volta?


(seconda parte)

di Peppino Bivona


                            Alla parola superstite si può attribuire due significati diversi, può riferirsi a  gente che ha  vinto o superato  una serie di   difficoltà eccezionalmente rischiose, oppure, come nel caso dei nostri contadini,  persone  che hanno continuato a vivere quanto tutti gli altri sono morti o scomparsi.
 I contadini sono una strana razza umana un modello antropologico davvero singolare. Considerate che ha  continuato a vivere e lavorare la terra  a differenza di tanti altri  che hanno approfittato delle opportunità offerte dall’emigrazione per sfuggire alla miseria più abietta.
Instancabilmente dedicato a trarre la vita dalla terra, la sua esistenza è indissolubilmente legata al lavoro inteso come un presente senza fine, perciò considera la vita come una parentesi. Questa convinzione scaturisce dalla familiarità quotidiana che i contadini hanno con il ciclo della vita, della nascita e la morte. Hanno una loro  religiosità che non ha mai conciso con quella praticata  dal potere o dei sacerdoti.
Il contadino, come dicevamo, vede la vita anche come un intermezzo, per la sua doppia ed opposta visione del tempo che a sua volta deriva dalla duplice natura della sua economia. Sogna di tornare a vivere una vita senza soprusi, libero dalle tirannie, perciò i suoi ideali sono rivolti al passato, ma i suoi obblighi sono necessariamente rivolti al futuro, un futuro che non vedrà. La morte non lo proietta in un tempo futuro, la sua concezione di immortalità è diversa dalla nostra : egli torna al passato.
Questi due momenti temporali ,passato e futuro,  non sono in contrapposizione  come può sembrare a prima vista, per la semplice ragione che il contadino ha una visione ciclica del tempo: sono due modi diversi di girare intorno al cerchio. Accetta gli accadimenti della vita senza trasformarli in qualcosa di assoluto. La nostra cultura occidentale ha una visione del tempo unidirezionale come una freccia che scocca da un arco,non sopporta l’idea di un tempo ciclico ,dà una sorta di vertigine morale, tutto ruota intorno al principio causa-effetto. Il contadino ha grande difficoltà ad accettare la definizione  di tempo storico , se non come impronta  lasciata dalla ruota che gira
Nel mondo contadino il concetto di uguaglianza è intimamente legato a due condizioni: alla necessita del lavoro e alla scarsità o sobrietà dello stile di vita. Contrariamente ai modelli liberali e marxisti dove l’ideale di uguaglianza presuppone un mondo di abbondanza, rivendicando diritti uguali per tutti in presenza di eccedenza , di cornucopia,  elargite grazie ai progressi della scienza e dello sviluppo. L’ideale di uguaglianza è molto diverso per il contadino: riconosce un mondo di scarsità e si impegna in un aiuto reciproco e fraterno, fa uso del dono come connettivo socio-economico della comunità.
Strettamente legato all’accettazione della scarsità è il riconoscimento della relativa ignoranza dell’uomo. Si può restare ammirati dalla conoscenze, dall’applicazione dei risultati  ma mai il progredire delle conoscenze,  in alcun modo, possono ridurre la portata di ciò che deve  rimanere inspiegabilmente sconosciuto. Pongono un limite alla conoscenza Non cè nulla nell’esperienza della loro vita che possa indurli a credere a cause finali perché la loro esperienza si svolge in un mondo aperto e ampio esposto ad infinite variabili. L’ignoto può essere rimosso solo entro i confini di un esperimento di laboratorio.
In tempi diversi e a secondo i paesi, la storia moderna inizia con l’avvio del progresso come obiettivo e motore della storia. Questo principio è nato con l’avvento della borghesia come classe, poi continuato attraverso le rivoluzioni moderne e socialiste, che ne  hanno completato la definizione. Bisogna guardare sempre avanti, perché il futuro offre ancora maggiori speranze Nella visione contadina il futuro è visto come una sequenza di ripetuti  atti di sopravvivenza. Ogni atto è come introdurre un filo in una cruna di un ago: il filo è tradizione.
L’esperienza di crescita e sviluppo per il contadino hanno un significato diverso e totalmente opposto rispetto all’esperienza culturale cittadina. Prendiamo per esempio il conservatorismo contadino elemento chiave della sua condotta, la sua ostinata resistenza alle sollecitazioni al cambiamento
Ora la nozione di cambiamento nasce storicamente nella città dove l’ambiente urbano  ha offerto ai suoi abitanti un certo grado di sicurezza e protezione. Così i sistemi di riscaldamento hanno compensato le variazioni di temperatura, l’illuminazione ha reso minima la differenza tra il giorno e la notte. Inoltre una vasta gamma di servizi,dalle scuole alle librerie agli ospedali , dai panettieri ai macellai ha reso meno angosciante la vita. Ovunque edifici progettati come promessa di sicurezza e  continuità.
Al contadino manca qualsiasi tipo di protezione. Ogni giorno deve  fare esperienza con i cambiamenti strettamente legati alla sua esistenza. Alcune di esse sono prevedibili, come il cambio delle stagioni, il processo di invecchiamento e la conseguente perdita di forze; molte altre come le variazioni climatiche, la morte di una mucca colpita da un fulmine, oppure le troppe piogge o la siccità  ecc. sono imprevedibili L’esperienza del cambiamento per il contadino è  più ricca ed intensa di qualunque altra classe sociale , per due ragioni. In primo luogo per le sue capacità di osservazione, coglie dall’ambiente i segni che possono aiutarlo ad interpretare il futuro. La sua attività di osservatore non cessa mai registrando le modifiche e riflettendo su di esse. In secondo luogo la situazione economica. Cosi una variazione anche minima in meno, nella resa di una coltura rispetto all’anno precedente , un calo di prezzo o una spesa imprevista possono avere conseguenze disastrose. Non lascia sfuggire la più piccola osservazione che segnali anche un piccolo, insignificante cambiamento.
A questo punto dobbiamo chiederci, come si rapportano i contadini di  oggi con il sistema  economico globalizzato? Ovvero che spazi di sopravvivenza sono lasciati ai contadini in un contesto dominato da l’agroindustria?

(continua)

domenica 12 novembre 2017

Sopravvivranno i contadini ancora una volta?

(Prima parte)
                                                                                                                                 di Peppino Bivona


“I contadini sono piccoli produttori agricoli che, con pochi strumenti semplici e il lavoro delle loro famiglie, producono principalmente per il proprio consumo diretto ed indiretto  ed assolvono  agli obblighi voluti e   imposti da chi detiene il potere politico ed economico." Theodor Shanin, Contadini e contadine nelle società rurali. (London, 1976)
                                              
                             



                                     La vita contadina è una vita dedicata interamente alla” sopravvivenza”. Questo è forse l'unico filo rosso che unisce i contadini di tutto il mondo.
 I loro strumenti, i loro raccolti, la loro terra, i loro proprietari, possono essere diversi, sia che vivessero in un sistema feudale ,capitalista o comunista, sia che coltivassero riso a Java, il grano in Germania o mais in Messico, ovunque è possibile definire i contadini come una classe di sopravvissuti. Ancora oggi si può dire che gli agricoltori costituiscono la maggior parte degli abitanti del globo. Ma questa maschera un elemento più inquietante. Per la prima volta nella storia si corre il serio rischio circa la possibilità che questi sopravvissuti possono cessare di esistere. In Europa occidentale, nella nostra comunità europea se i piani vanno come sono stati previsti dagli economisti, tra venticinque trent’anni non ci saranno più contadini.
Fino a poco più di mezzo secolo tempo fa, il vissuto contadino era sempre caratterizzato  da un'economia  inserita in un'altra economia. Questo è ciò che gli ha permesso di sopravvivere alle trasformazioni globali che si sono verificati all'interno delle macroeconomie in era inserito: feudale, capitalista, socialista . In ogni contesto storico i metodi per estrarre il “ surplus” sono stati forgiati secondo schemi  diversificati: lavoro forzato, le decime, gli affitti, le tasse, la mezzadria, gli interessi sui prestiti, le regole produzione, ecc
 A differenza di qualsiasi altra classe lavoratrice sfruttata, i contadini hanno sempre rappresentato un corpo separato.  Vivevano a confine di qualsiasi sistema, difficilmente e quasi impossibile che restassero integrati nella struttura  economica e culturale  del momento storico .
Se pensiamo che la struttura gerarchica della società feudali e poi le successive, erano più o meno piramidale, i contadini hanno sempre costituito la base del triangolo. Questo significava, come nel caso di tutte le realtà di confine, che il sistema politico e sociale ha offerto loro il minimo della protezione possibile. Così hanno dovuto badare a sé stessi: sia all’interno della comunità che nella famiglia . Hanno mantenuto e sviluppato proprie leggi, dei codici di comportamento taciti, propri rituali e credenze, particolari conoscenze e la propria saggezza trasmessa oralmente, la loro stessa medicina, le proprie tecniche e, in alcuni casi, la propria lingua.
 Sarebbe tuttavia un errore pensare che si trattava di una cultura indipendente, come se non fosse stata influenzata dalle trasformazioni tecniche, sociali ed economiche della cultura dominante. Nel corso dei secoli la vita dei contadini è stata modificata, ma le priorità ed i valori  (la loro strategia per sopravvivere) costituiscono una tradizione che è sopravvissuta a qualsiasi altro elemento nel resto della società. 

Nessuna classe sociale è stata tanto consapevole  per quanto riguarda la sua economia. Non è l'economia del mercante, né della  borghesia , né l’economia politica marxista. L'autore che ha scritto con  più cognizione di causa, sulla base dell'esperienza personale, circa l'economia contadina è il russo agronomo Chayanov. Chi vuole capire i contadini, tra le altre cose, si deve valersi dei suoi  scritti .
. Si potrebbe dire che il proletariato senza coscienza  di classe (politica) non ha la piena e completa consapevolezza del valore aggiunto che crea per i suoi datori di lavoro; ma per il contadino  questo confronto è fuorviante, perché per il  lavoratore salariato, il lavoro per denaro in un'economia monetaria,  può facilmente ingannarci circa il valore  che essa produce. La qual cosa non accade nella vita economica del contadino che come il resto del suo rapporto nella società e sempre trasparente. Infatti da un canto la sua famiglia ha prodotto o cercato di produrre ciò di cui avevano bisogno per vivere e dall'altro  vede che coloro che non avevano lavorato, appropriarsi di una parte di tale prodotto, il frutto del lavoro della sua famiglia. Il contadino sapeva prima, anticipatamente quello  a cui andava incontro, ma  ha ritenuto di accettarlo per due motivi: primo materiale e il secondo epistemologico. 1) C'era  sempre un surplus perché le esigenze della sua famiglia non erano mai garantiti. 2) Il valore surplus( plus svalore) è un prodotto finale, il risultato di un processo di lavoro compiuto e teso a soddisfare determinati requisiti. 
 Il contadino ha sempre pensato che gli obblighi imposti erano un dovere naturale o un'ingiustizia inevitabile, ma in ogni caso fossero qualcosa che doveva  essere messe in conto prima di iniziare la lotta per la sopravvivenza. Per prima cosa ha dovuto lavorare per i loro padroni, poi per se stesso. Anche come  mezzadro, la parte del raccolto  andava accantonata a fronte delle esigenze di base della sua famiglia. 
 Ma questo non è tutto, restono ancora sulle sue spalle una serie di obblighi  che hanno preso la forma  di un  un handicap permanente. E 'stato a dispetto di queste condizioni come la famiglia ha dovuto iniziare la lotta, già irregolare, contro natura, al fine di guadagnarsi da vivere attraverso il proprio lavoro.
Così, il contadino ha dovuto superare lo svantaggio permanente che lo obbligava a strappare un 'surplus' ha dovuto superare, nel bel mezzo della sua economia dedicata alla sussistenza, tutti i rischi che l’attività agricola comporta: cattivi raccolti, tempeste, siccità, inondazioni, parassiti, gli incidenti, terreni poveri, i parassiti, e soprattutto, essendo  collocato alla base sociale, al confine, con una protezione minima, ha dovuto sopravvivere ai disastri sociali, politiche e naturali: guerre, pestilenze, incendi, saccheggi, ecc

(continua)

domenica 5 novembre 2017

La Sicilia di Consolo



Dall’olivo  all’olivastro (seconda parte)

di Peppinp Bivona


                                                                   Le colonie greche, che si erano insediate nei luoghi dove oggi ci portano le amare constatazioni consoliane, avevano fornito «le loro credenze, i loro costumi e linguaggi . In conformità ad un progetto urbanistico, propugnato dalle esigenze identitarie della madrepatria e condiviso dai coloni, gli ecisti avevano geometrizzato lo spazio, proprio come Consolo ci ricorda: «Occuparono i fertili campi, ricchi di acque, seminarono il frumento, piantarono le viti, gli ulivi, costruì ciascuna famiglia la propria casa. Spazi centrali destinarono al culto, ad azioni e bisogni comuni, spazi per i templi e le piazze delle loro assemblee, cisterne per le loro granaglie, strade agevoli e sicure, luoghi dove interrare e venerare i morti (…). Costruirono con un'idea di uguaglianza e progresso, con una convinzione di tolleranza e rispetto di ogni diversità culturale, linguistica, la volontà di coesione, di sinecismo delle varie fratrie, delle varie stirpi» . Questo era secondo Consolo il passato, il basamento sul quale l'isola doveva costruire la propria identità e dal quale doveva mutuare gli insegnamenti per imprimere un tratto distintivo alla propria storia futura.
Le aspirazioni di uguaglianza e progresso, le esigenze di condivisione, tolleranza e rispetto delle diversità culturali, i bisogni di sinecismo non sono stati continuati ed incrementati, ma mortificati ed oltraggiati. Conseguentemente, per progresso si è inteso lo sviluppo edilizio ed il sovraffollamento sul territorio di «villette, condomìni, alberghi e trattorie» . Per esigenze di uguaglianza si è inteso l'affidamento, da leggere come cieca fiducia, alle tecniche della corruzione, dell'imbarbarimento, del saccheggio, delle speculazioni, della mafia.

In antitesi al rispetto delle diversità culturali si è insinuata e fissata l'attivazione di un dibattito finalizzato all'accrescimento di atteggiamenti e comportamenti. Tra gli olivastri siciliani, oltre a quelli già citati, Consolo annovera, attribuendogli una posizione privilegiata, anche Gela, «estremo disumano, (…) olivastro, (…) frutto amaro, (…) feto osceno del potere e del progresso , dove oggi, nei luoghi in cui prima nascevano i tesori dei coloni, i campi di frumento e i cavalli, e dove il poeta Eschilo passeggiava e traeva ispirazione, si è sviluppato «il teatro dell'abbaglio e dell'inganno, del petrolio favoloso, (…)qui il Gela1, Gela2, Gela3 (...) accesero Mattei di forza e di speranza, lo spinsero alla sfide dell'ENI statuale al duro capitalismo dei privati, al Gulf Italia Company, alla Montecatini, infusero (…) retorica industriale, (…) posero sopra le facce malariche dei contadini i bianchi caschi di plastica operaia. Da quei pozzi, da quelle ciminiere sopra templi e necropoli, da quei sottosuoli d'ammassi di madrepore e di ossa, di tufi scanalati, cocci dipinti, dall'acropoli sul colle difesa da muraglie, dalla spiaggia aperta a ogni sbarco, dal secco paese povero (…) partì lo sconvolgimento, partì l'inferno d'oggi.
Nacque la Gela repentina e nuova della separazione tra i tecnici, i geologi e i contabili giunti da Metanopoli, chiusi nei lindi recinti coloniali, palme, pitosfori e buganvillee dietro le reti, guardie armate ai cancelli, e gli indigeni dell'edilizia selvaggia e abusiva, delle case di mattoni e tondini lebbrosi in mezzo al fango e all'immondizia di quartieri incatastati, di strade innominate, la Gela del mare grasso d'oli, dai frangiflutti di cemento, dal porto di navi incagliate nei fondali, inclinate sopra un fianco, isole di ruggini, di plastiche e di ratti; nacque la Gela della perdita d'ogni memoria e senso, del gelo della mente e dell'afasìa, del linguaggio turpe della siringa e del coltello, della marmitta fragorosa e del tritolo»
Ciò che addolora il viandante consoliano è proprio la consapevolezza della natura di questo passaggio, di questo balzo che non ha voluto prevedere un inglobamento delle matrici culturali, nobili ed illustri, ma ha voluto assicurare il superamento nichilistico delle strutture fondanti dell'identità culturale. Come ha potuto Siracusa, ritornando ancora una volta a questa città, dimenticare di essere stata la scuola del passato, la trasposizione della cultura di Atene ed Argo, come ha potuto oscurare i propri interessi, che ruotavano attorno alla letteratura con poeti del calibro di Pindaro, Simonide, Bacchilide? Come ha potuto dimenticare il sincretismo religioso che aveva previsto la trasformazione della dea Atena in Santa Lucia? «Esce per la sua festa la vergine bianca, la Fòtina, la Lucifera, la Palladia, rigida nel suo corpo d’argento, alta sopra l’argento della cassa, esce nell’ellissi dello spazio, nello spazio dell’occhio smisurato, nel barocco anfiteatro dove s’erge la fronte della badìa nel nome suo edificata» . Perché ha mutato la vivacità culturale nell'immobilità della miseria e dell'abbandono? Perché ha sacrificato i templi coi suoi altari, il teatro, le strade dei sepolcri? Come ha potuto profanare con l'olio delle industrie delle attività petrolifere il mare che nel tempo mitologico fu solcato da Odisseo e nel tempo storico dai Corinzi? Quale insegnamento ha assorbito, a livello urbanistico, artistico ed estetico, per realizzare il santuario della Madonna delle Lacrime?
«In costruzione da trent’anni, la chiesa non è ancora ultimata; coi suoi settanta metri di altezza, piantato nel cuore di un parco archeologico, l’edificio, col grigio del suo cemento contro il cielo livido, faceva pensare a una rampa per il lancio di navi spaziali, ma la sua forma di cono scanalato, di campana assottigliata in alto, voleva simboleggiare, per gli architetti francesi che l’avevano ideato, la stilla lacrimosa che, dall’occhio sgorgando, nella caduta s’allarga, si fa goccia. A pianto di una Madonna di gesso colorato, alle lacrime di questa squallida immagine nella casa di un operaio comunista, a questo miracoloso evento accaduto nell’imminenza di una tornata elettorale degli anni Cinquanta, è legato il nuovo santuario» . Dove sono finiti il senso dell'armonia spaziale, della compostezza delle forme e il bisogno dell'adattamento alle peculiarità del territorio?» » .
Le domande di Consolo agli improduttivi e sterili olivastri proseguono, nonostante rendano inefficaci ed insensati finanche gli stessi interrogativi, toccando la Conca d'oro: chi ha voluto che il giardino delle arance divenisse un «sudario di cemento» ? Perché Palermo, luogo che, come suggerisce la sua etimologia, accoglie, ha deciso di accettare, conservare e proteggere univocamente la corruzione, prodotta dall'intrigo, dal ricatto? Cosa ha fatto confondere il senso del bene con quello del male? «Non volle entrare il viaggiatore, sostare nella Palermo che aveva amato, ora città della corruzione e del massacro. Non volle fermarsi in quel luogo dell'agguato, del crepitìo dei kalashnikov e del fragore del tritolo (...), delle strade di crateri e di sangue, dell'intrigo e del ricatto, delle massonerie e delle cosche, in quel luogo dell'Opus Dei, degli eterni Gesuiti del potere e dei politici di retorica e spettacolo (...). Via, via, lontano da quella città che ha disprezzato probità ed intelligenza, memoria, eredità di storia, arte, ha ucciso i deboli e i giusti”. 

Questo è l’amore smisurato di Consolo per la sua Sicilia Egli non pretendeva nei confronti del passato una devozione ed un'imitazione meccanica, incorrendo, così, nella pratica pericolosa della reificazione dei dati culturali, ma auspicava un'evoluzione storica responsabile, la quale, dopo aver letto e compreso i significati simbolici del passato, li utilizzasse per modificarli, per ricavarne i principi universali, di indiscussa validità, classici appunto del passato, li utilizzasse per modificarli, per ricavarne i principi universali, di indiscussa validità, classici appunto.

domenica 29 ottobre 2017

Dall’olivo all’olivastro

La Sicilia di Vincenzo Consolo:
Dall’olivo all’olivastro
(parte prima)

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di Peppino Bivona


                                     Spossato, lacero, i polmoni pieni di salmastro, guadagna finalmente la spiaggia, avanza sopra un mondo solido, in mezzo ad alberi e arbusti. E’ l’uomo più solo sulla terra, senza un compagno, un oggetto l’uomo più spoglio e debole, in preda a smarrimento , panico in quel luogo estremo ,sconosciuto, che come il mare può nascondere insidie, violenze. Ulisse ha toccato il punto più basso dell’impotenza umana, della vulnerabilità. Come una bestia ora, nuda e martoriata, trova riparo in una tana, tra un olivo e un olivastro (spuntano da uno stesso tronco questi due simboli del selvatico e del coltivato, del bestiale e dell’umano, spuntano come presagio d’una biforcazione di sentiero e di destino, della perdita di se, dell’annientamento dentro la natura e della salvezza in seno a un consorzio civile, una cultura.) ,si nasconde sotto le foglie secche per passare la notte paurosa che incombe. E’ svegliato al mattino dalle voci, dalle grida gioiose e aggraziate di fanciulle , di Nausicaa e delle sue compagne . Esce dal riparo e si presenta a loro , il sesso schermato da una fronda , come per simbolica autocastrazione , per non allarmare le vergini ,come umile supplice, dimesso.”( da “ L’olivo e l’olivastro” di V. Consolo).
 Vincenzo Consolo nel suo romanzo “L’Olivo e l’olivastro “pone sul piano metaforico le differenze tipologiche che intercorrono tra i tratti specifici dell’olivo coltivato, gentile e di quello selvatico (olivastro) spostandole sul piano socio- culturale e nella realtà socio-geografica , ma anche storico-morale della Sicilia . Lo scrittore, per offrire gli strumenti del trasferimento concettuale dal piano botanico a quello culturale, suggerendo e favorendo, in tal modo, un'interpretazione metaforica ed una riflessione cospicua e pensosa, utilizza una figura mitologico-narrativa assai vicina e gradita alla sua ideologia: Ulisse.
Consolo ipotizza che Odisseo, dopo una delle sue sofferte peregrinazioni geografiche e gnoseologiche, sia approdato, per trovare rifugio, in una tana ricavata in un grosso tronco di un olivo ed un olivastro. La distanza, a questo punto, tra l'olivo e l'olivastro, ovvero tra l'affiliarsi ai codici del consorzio civile e l'estraniarsi nell'asprezza della natura, diventa la chiave di lettura dei paesaggi siciliani visitati dal personaggio del libro, un io narrante senza nome, che emigra nel 1968, a seguito del terremoto del Belice da Gibellina e poi torna e constata le “condizioni” della Sicilia. Le situazioni dell’isola hanno come tratto connotativo e distintivo proprio la commistione dell'olivo e dell'olivastro, ovvero della civiltà e dell'assenza della stessa.
Tutto trae dalle constatazioni fatte dal personaggio consoliano, è che quella linea cronologica, che prevede la trasformazione dell'olivastro in olivo, che auspica, in termini di efficacia produttiva, il passaggio (tramite innesto) dalla forma selvatica, aliena e distante dalle prospettive della rendita regolare, alla specie gentile e fertile, grazie all'osservazione di pratiche regolamentate (quali la concimazione, l'irrigazione e la potatura). Ma in Sicilia è stata totalmente travisata ed invertita, nella misura in cui si attua, paradossalmente, il passaggio dall'olivo all'olivastro. La Sicilia si è allontanata e continua a farlo dalle regole del consorzio civile per posizionarsi nel caos aspro della natura. La constatazione, insomma, di chi ritorna, lungi dall'osservare un miglioramento del tessuto sociologico, registra, inequivocabilmente, un regresso, che tocca il limite dell'imbarbarimento.
Partendo da questa idea invertita della società siciliana, Consolo valuta il paradosso dell'isola: dalla storia illustre, generata dalla confluenza di popoli e civiltà colonizzatori, che hanno resa opulenta la Sicilia, non solo materialmente ma anche culturalmente, si passa, quasi ritmicamente ed in modo inesorabile, alla cancellazione di queste testimonianze, al loro annullamento incosciente (o forse fin troppo cosciente!) in nome dell'adattamento a codici, che si pongono come unico obiettivo quello di sovvertire le altre regole.
Ecco come descrive Consolo tale percorso delle constatazioni siciliane, servendosi sempre, per l'agevolazione interpretativa a vantaggio dei suoi lettori, della figura odissiaca: «Ma, una volta immerso nella vastità del mare, è come fosse il suo un viaggio in verticale, una discesa negli abissi, nelle ignote dimore, dove, a grado a grado, tutto diventa orrifico, subdolo, distruttivo. Si muove il navigante tra streghe, giganti, mostri impensati, tra smarrimenti, inganni, oblii, malìe, perdite tremende, fino alla solitudine, all'assoluta nudità, al rischio estremo per la ragione e per la vita» .
Poiché la copertura metaforica è palese all'interno della trama narrativa, occorre comprendere quali entità si celino dietro le streghe odissiache, dietro i giganti, i mostri, gli oblii e gli inganni. Serve, in sostanza, capire quali siano le Calipso della Sicilia, che tutto nascondono e rendono invisibile, quali siano le Scilla e Cariddi siciliane, che tutto triturano e divorano, quali siano le Sirene dell'isola, che persuadono ad ascoltare i loro dolci canti, rivelatori di contenuti inconoscibili, chi siano i Lotofagi che forniscono il frutto dell’oblio, della perdita della memoria. Dell’olivastro, che hanno soppiantato l'olivo. «In quale luogo pascolavano le mitiche vacche?
È certo che non esiste una geografia reale dell'Odissea, ma un'antica tradizione, che va da Timeo a Ovidio, a Plinio, ad Appiano, le colloca nella bellissima piana di Mylai. “Tutta l'estensione del Promontorio verdeggiante in vari punti di vigne, e i suoi uliveti, e le sue case vagamente sparse per ogni dove; tutta l'estensione dell'amenissima Piana, coi suoi fiumi, coi poggetti, e i colli e le valli, e i monti che la circondano (…)”. Ai milazzesi è stato distrutto per sempre, verso la fine degli anni Cinquanta, quell' “incantevole” teatro, come è stato distrutto agli augustani, ai siracusani, ai gelesi. Sulla piana dove pascolavano gli armenti del Sole, dove si coltivava il gelsomino, è sorta una vasta e fitta città di silos, di tralicci, di ciminiere che perennemente vomitano fiamme e fumo, una metallica e infernale città di Dite che tutto ha sconvolto e avvelenato: terra, cielo, mare, menti, cultura» Ciò che gli suscita più rabbia, però, è proprio il fatto che la Sicilia abbia smarrito il senso della gloria del passato storico ed abbia consentito l’attivazione di processi, come questi, di imbarbarimento ed orrore.  «Corre sulla strada per Siracusa, lungo la costa bianca e porosa di calcare, ai piedi del tavolato degli Iblei, va oltre il Tauro, Brùcoli, Villasmundo, va dentro l'immenso inferno di ferro e fiamme, vapori e fumi, dentro le fabbriche di cementi e concimi, acidi e diossine, centrali termoelettriche e raffinerie, dentro Melilli e Priolo di cilindri e piramidi, serbatoi di nafte, oli, benzine, dentro il regno sinistro di Lestrigoni potenti, di feroci giganti che calpestano uomini, legge, morale, corrompono e ricattano» .
Il passato documentario di siti come Megara Hyblaeea, Thapsos è stato sacrificato in nome della necessità di costruzione di binari ferroviari e strade, per consentire, cioè, una mobilità più fluida. Anche la potenzialità di sviluppo dell'isola mediante il settore del turismo è stata compromessa definitivamente in virtù dell'incontrovertibile alterazione delle coste e dei fondali marini. Le attrattive paesaggistiche dell'area e le potenzialità insite nella stessa, sia agricole che turistiche, sono state invalidate per sempre.
La posizione di Consolo dinanzi a questo spettacolo è dubitativa, contempla tutte le perplessità di chi non è ancora riuscito a trovare una risposta di fronte alla constatazione dei dati del presente: quella dell'insediamento industriale era, assai probabilmente, una scelta da fare per fornire un aiuto al problema occupazionale dell'isola, ma andava gestita in maniera differente, con provvedimenti diversi, per evitare i sacrifici consumati su un'area di indiscutibile valore.

Quali ragioni o principi, continua a chiedersi Consolo, hanno potuto legittimare la sopraffazione spudorata da parte dell'industria petrolifera? C'è stata realmente una valutazione delle convenienze sociali prima dell'avviamento del polo? Da cosa sono dipese queste forme di acuta cecità da parte di chi lo ha progettato ed avallato istituzionalmente? Come valutare l'intorpidimento da parte di chi, quasi volontariamente e con felice convinzione, ha ceduto i propri terreni agricoli per assicurarsi un posto di lavoro in qualche azienda nascente? Chi sono stati gli agenti di questo imbonimento? Quali sono stati gli “argomenti” presentati dalle tecniche retoriche? Quanto è legittimo fagocitare la storia in nome dell'elevamento del reddito, dell'incremento demografico e dello sviluppo economico?